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Quando ha spalancato a Cristo le porte dei cuori

· In due interviste il cardinale Bertone spiega l’insegnamento del nuovo beato ·

Karol Wojtyła potrebbe essere proclamato santo in pochi anni. È l’opinione espressa dal cardinale Tarcisio Bertone, segretario di Stato, intervistato da Bruno Vespa per lo speciale del programma televisivo «Porta a Porta», andato in onda domenica sera, 1° maggio, e dedicato interamente alla beatificazione di Giovanni Paolo II.

Tra gli argomenti dell’intervista, il terzo segreto di Fátima, sul quale — ha detto il porporato — c’era «una grande pressione». Prima che fosse pubblicato, Giovanni Paolo II «volle che fosse interpellata suor Lucia» e chiese proprio a Tarcisio Bertone, all’epoca arcivescovo segretario della Congregazione per la Dottrina della Fede, di interpellarla. «Papa Wojtyła — ha ricordato — mi disse: “Qui c’è una grande domanda di pubblicazione di questo segreto, la terza parte di questo segreto come è giunta a noi dallo scritto autografo di suor Lucia. Però io sarei contento che venisse interpellata suor Lucia sull’autenticità del testo che possediamo qui in Vaticano e anche, se è possibile, sull’interpretazione; perché io penso di interpretare questo testo come un evento che mi ha toccato attraverso l’attentato. Anche se il Papa non è morto».

Bertone raggiunse suor Lucia. «Mi disse — ha riferito il segretario di Stato — che quando ebbe notizia dell’attentato al Papa, lei stessa pensò che questo fosse l’evento previsto dal segreto». Tra l’altro — ha aggiunto — tutti temevano la morte del Papa, di un uomo vestito di bianco. Invece il Papa è giunto sulla soglia della morte e, come ha detto il Papa stesso in quel famoso discorso dal Gemelli, una mano materna ha deviato la pallottola e lo ha salvato, come ha spiegato poi teologicamente il cardinale Ratzinger, per la forza della preghiera di intercessione, per la “legione dei buoni” che si sono convertiti e sono rimasti uniti a Cristo e che hanno pregato per il Papa e per tutti».

Un’altra intervista il cardinale Bertone l’aveva rilasciata al direttore di Radio 1 e del giornale radio Rai Antonio Preziosi, e mandata in onda nello speciale 24 ore non stop dedicato all’avvenimento dalle 12.30 di sabato 30 aprile, sino alla conclusione del rito di beatificazione in piazza San Pietro domenica 1° maggio. Un ricordo positivo e non nostalgico quello che il segretario di Stato ha proposto rispondendo alle domande del direttore. Innanzitutto ha parlato dell’uomo di preghiera «inginocchiato o a volte prostrato a terra a pregare perché Giovanni Paolo II era un grande uomo di preghiera e attingeva dalla preghiera tutta quella energia spirituale che lo ha fortificato anche di fronte alle difficoltà alle situazioni più intricate della storia del mondo».

Rispondendo poi a una domanda sugli effetti scaturiti, a trentatré anni di distanza, dalla famosa frase «Non abbiate paura, spalancate le porte a Cristo», il porporato ha ricordato che «Giovanni Paolo II veniva da una situazione di chiusura del mondo socio-politico e del mondo culturale, della sua nazione, del suo tempo a Cristo, alla fede cristiana e quindi questo grido di spalancare le porte a Cristo. È stato un grido che in un certo senso ha dato voce e forza alla sua azione, per aprire un varco nel mondo e lasciare entrare Cristo con tutta la sua forza redentrice e risanatrice. E nello stesso tempo per chiedere al mondo intero di aprire il cuore e le porte all’unico e universale salvatore».

Un grido, ha proseguito il segretario di Stato, che unito a tutta «la sua azione, soprattutto nei viaggi apostolici, ai suoi messaggi lanciati a tutto il mondo a tutte le categorie di persone a tutte le latitudini» ha realmente contribuito a spalancare «tante porte a Cristo e soprattutto le porte di tanti cuori».

Preziosi ha poi chiesto se e quali porte ci sono ancora oggi da aprire seguendo quell’invito del Papa. «Se guardiamo anche solo all’Europa — è stata la risposta — vediamo che ancora oggi ritornano certe forme di chiusura a Cristo. I Papi del nostro tempo hanno chiesto all’Europa di riconoscere le sue radici cristiane e l’Europa non ha voluto riconoscerle nel trattato, nell’atto fondamentale costitutivo della nuova Unione europea. Poi consideriamo quanti Stati perseguitano i cristiani e quanti sistemi, anche economici, politici, sociali si presentano come impermeabili al lievito del Vangelo, che è un lievito che scioglie le rudezze e anche le ottusità le ignoranze, le incomprensioni, le contraddizioni e che favorisce la convergenza, gli obiettivi a misura umana, lo sviluppo integrale dell’uomo, della famiglia, delle comunità umane. Tanto è stato compiuto tanto è stato fatto — ha commentato l’intervistato — ma molto è da fare».

A proposito di quale degli insegnamenti di Papa Wojtyła bisogna ancora realizzare oggi, il cardinale Bertone ne ha individuato uno tra i tanti: «L’impegno della gioventù sana, aperta a Cristo, pura, limpida, che realizza l’amore, lo celebra, ma secondo il progetto di Cristo, secondo l’esempio di Giovanni Paolo II».

Quindi un pensiero ai viaggi mai compiuti a Mosca e in Cina e alla loro possibilità in un prossimo futuro: Bertone ha ricordato le motivazioni che accomunano il Pontificato in questa aspirazione, cioè il desiderio da una parte di fare esperienza diretta della grande spiritualità della Chiesa ortodossa russa. «Certamente Mosca e la grande Russia — ha detto — è molto vicina alla Chiesa cattolica» soprattutto sui temi etico-sociali «e questo è già, direi un humus, un ambito, dove si può collaborare e da cui si possono lanciare al mondo messaggi efficaci e incisivi». Poi «c’è la grande Cina — ha aggiunto — che il Papa ha amato». Quindi ha ricordato la lettera di Benedetto XVI, in perfetta sintonia con tutti i messaggi di Giovanni Paolo II. In realà «non c’è una particolare lettera di Papa Wojtyła alla Cina. Ma è stata poi scritta e inviata dal suo successore. Questo dà un senso di continuità tra i due pontificati». Nei rapporti tra Chiesa e Cina, ha aggiunto, c’è ancora molto cammino da fare «ma un bel tratto di strada è stato compiuto e la speranza non muore, anzi è più viva che mai, per un incontro positivo e una collaborazione tra Chiesa e grande Cina».

La caduta del muro di Berlino e la fine del comunismo è stato l’argomento della domanda successiva. Per rispondere il cardinale Bertone ha ripercorso la testimonianza di Papa Wojtyła «fin da giovane operaio in mezzo agli operai, ma con uno spirito profondamente cristiano» per passare poi alla sua missione come vescovo di Cracovia «quando di fronte a una società che voleva costruire una città, un quartiere senza Cristo ha voluto piantare la croce di Cristo e costruire una bella chiesa». L’azione di Papa Wojtyła è stata animata da una forza straordinaria «da una grande energia spirituale, atomica che ha sbriciolato il muro di Berlino senza cannonate e senza spargimento di sangue e quindi ha aiutato a forgiare coscienze anelanti alla libertà e coscienze che hanno affermato i diritti delle persone, dei popoli alla loro libertà, alla fede e alla libertà cristiana».

Altro argomento, l’idea di mondo giusto secondo il Papa polacco. Il cardinale Bertone ha citato le encicliche sociali dei Pontefici e l’insegnamento, l’esempio, la spinta ai nuovi movimenti cristiano-cattolici nella Chiesa che esse hanno saputo dare, al punto da «forgiare tante persone giuste, capaci di trasformare dall’interno la società».

Anche nel colloquio con Preziosi è stato affrontato il tema dell’attentato al Papa e, di conseguenza del segreto di Fátima. Preziosi gli ha chiesto tra l’altro se si deve considerare tutto compiuto. «Compiuto in parte — ha spiegato il cardinale — della descrizione che è stata fatta da suor Lucia. Ma, come disse il cardinale Ratzinger bisogna coltivare la speranza e non essere catastrofici; porsi nella linea di un impegno di fedeltà sotto la protezione della Madonna, perché la lotta tra il bene e il male è una lotta permanente. Il pericolo di nuove catastrofi e di situazioni disumane e anti umane è sempre alla porta».

Infine una domanda sulle scuse che Papa Wojtyła ha saputo chiedere tante volte. «Il chiedere scusa — ha detto il segretario di Stato — lo sappiamo, è stato un atto di coraggio per il quale egli avrebbe tanto desiderato una reciprocità da parte di altri soggetti. Purtroppo questa risposta non c’è stata».

Infine il direttore ha fatto riferimento al viaggio del Papa a Cuba, in particolare all’incontro con Fidel Castro. Si trattò di un «viaggio — ha specificato il porporato — che ha ridato una nuova coscienza al popolo cubano, la coscienza della necessità di una profonda rigenerazione, il desiderio di conquistare una maggiore libertà». E tuttavia si è trattato di un viaggio che ha fatto bene anche a Fidel Castro. «Mi diceva — ha ricordato ancora il cardinale Bertone — Giovanni Paolo II: “Io non ho mai trovato un uomo, un capo di Stato, che abbia letto tanto delle mie encicliche, dei miei libri e delle mie poesie. Fidel Castro quando parlava con me, ogni tanto citava un brano di un discorso, o di un’enciclica o una mia poesia”. Ciò significa — ha concluso il segretario di Stato con una battuta — che il viaggio del Papa a Cuba ha spinto Fidel Castro a fare delle buone letture, in particolare a leggere le encicliche sociali di Papa Wojtyła».

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