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Quando erano tutti comunisti

· Una rivisitazione storica in un libro di Silvio Pons, direttore della Fondazione Gramsci ·

Il rapporto tra Mosca e i partiti rossi oltrecortina era tenuto assieme da un’identità di sostanza

Nel novembre 1947 Maurice Thorez, segretario del Partito comunista francese, confessò candidamente a Stalin di sentirsi soprattutto un cittadino dell’Urss prima che della Francia e il leader sovietico commentò senza troppa enfasi: «siamo tutti comunisti, e questo dice tutto». Questa conversazione è una delle citazioni più interessanti dell'ultimo lavoro di Silvio Pons, La rivoluzione globale (Torino, Einaudi, 2012, pagine 419, euro 35) perché rimanda direttamente al cuore del volume. Ovvero a quel rapporto strettissimo tra Stato sovietico e movimento comunista internazionale. Se è vero, infatti, che il movimento comunista internazionale non sarebbe mai potuto esistere senza lo Stato sovietico, è altrettanto certo che quest’ultimo poggiò gran parte della sua legittimazione politica su quei partiti comunisti che veicolarono oltrecortina una sterminata sequela di mitologie politiche. Una questione che rimanda a due interpretazioni decisive: al vincolo originario che lega i fatti dell’ottobre 1917 con tutta l’evoluzione del comunismo novecentesco, e al diffusissimo costume intellettuale che, invece, è solito individuare le origini dei partiti comunisti solo nelle rispettive società nazionali, una tesi non più accettabile. D’altra parte, «fare i conti con la propria storia» è un vecchio refrain che è ritornato spesso di moda nell’ultimo decennio. Lo hanno recitato molti ex dirigenti di partito o intellettuali di sinistra italiani, interrogandosi sui motivi della propria entusiastica adesione e sui silenzi successivi.

Il comunismo si delinea come una sorta di “erma bifronte”: un regime oppressivo, dispotico-asiatico, repressivo e brutale laddove conquista il potere e un modello di “modernità alternativa” laddove, invece, è un movimento di opposizione. Per ampi strati dell’opinione pubblica occidentale, fu decisiva la volontà di credere a ogni costo alla possibilità di realizzare una società opposta e migliore a quella borghese-capitalista percepita come realtà in decadenza. Questa apertura di credito incondizionata permise a una folta schiera di intellettuali, per usare le parole di Vittorini, di «suonare il piffero della rivoluzione». Un ruolo decisivo, quello degli intellettuali, che scaturisce bene dal libro di Pons, il cui merito maggiore risiede proprio nel riuscire a tenere assieme, spiegandone cause e conseguenze, le differenti dimensioni del fenomeno comunista: dall’aspetto coercitivo-repressivo ai legami politico-internazionali; dalla caratterizzazione politico-ideologica a quella declinazione millenaristico-escatologica così importante per l'Occidente.

Probabilmente ha qualche ragione lo storico marxista Hobsbawm, quando scrive nella sua autobiografia, che «il motivo per cui il comunismo attirò tanti fra i migliori della mia generazione» dev’essere «un argomento fondamentale della storia del Novecento».

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22 novembre 2019

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