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Quando era l’uomo
a temere la natura

· ​San Francesco e la lode delle bellezze del creato ·

«Ce l’hanno insegnato a scuola, dicendoci che è stato uno dei primi testi in lingua volgare. Ed è bello che l’italiano sia iniziato così: laudato sie! Che è come dire, con tutte le proprie forze, grazie!»: con queste parole, a firma di “un frate”, prende avvio un originale commento a più voci — francescanisti e poeti, economisti e filosofi, scrittori e giornalisti, uomini di Chiesa e rappresentanti delle religioni, ma anche alcuni bambini della parrocchia di Roncadelle (Bs) e una coppia di laici francescani —, in libreria da pochi giorni San Francesco, Laudato sie, mi’ Signore!, (Padova, Edizioni Messaggero di Padova, 2015, pagine 120, euro 12,00) a cura di Fabio Scarsato, con illustrazioni di Luca Salvagno: dal libro è estratto il contributo di Giovanni Bachelet pubblicato in questa pagina.

Illustrazione di Luca Salvagno

L’impressione è che il Cantico delle Creature sia come una grande vetrata alla quale ognuno guarda lasciandosi catturare da colori e riverberi particolari, anche perché istoriata da innumerevoli temi, alcuni insospettati. Dalla prima parte, quella cosmologica, in cui si convocano le creature inanimate perché insieme all’uomo innalzino la propria lode a Dio, si passa infatti alla seconda, di carattere più antropologico, nella quale emergono i temi densi del perdono e della pace, della sofferenza e delle tribolazioni, della morte con la quale tutti, prima o poi, devono fare i conti.
Di tutto si tratta, allora, fuorché di un canto spensierato di un innamorato della natura che ne vanta la bellezza e si interessa alla sua integrità, anche perché, ai tempi di san Francesco, non era la natura a temere l’uomo, ma viceversa. I grandi disboscamenti realizzati nel cuore dell’Europa durante il Medioevo, per ricavarne pascoli e terre coltivabili, erano di fatto considerati alla stregua di imprese epiche. Qual è, dunque, la giusta prospettiva per non fraintendere un testo che troppi hanno forzato con interpretazioni di parte? Come scrive monsignor Paolo Martinelli, uno dei contributori, la vita stessa del santo di Assisi rappresenta la chiave ermeneutica più sicura, in particolare gli ultimi due anni tribolati della sua esistenza: quando cioè l’ordine minoritico, sempre più istituzionalizzato, sembra sfuggirgli di mano; quando ormai le stimmate, segno dell’intima unione con Cristo, segnano in modo indelebile il suo corpo; quando una logorante e incurabile malattia gli rende insopportabile la stessa visione della luce. «Come è possibile — commenta Martinelli — che in tali condizioni abbia potuto scrivere un Cantico che contiene la più formidabile affermazione della positività del reale?». Solo attraversando questa apparente contraddizione si approda al testo del Cantico in modo avvertito, capaci di intendere, finalmente in grado di vedere con gli occhi stessi di Francesco, in profondità. E cosa si vede? Si vedono le creature finalmente affratellate, le une accanto alle altre, rivelazione dell’amore di Dio e luogo del restituirsi a Lui del cosmo e dell’uomo stesso.

di Ugo Sartorio

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19 novembre 2018

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