Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quando è l’ora del tè

· La fatica delle donne nelle piantagioni ·

Cani randagi e piantagioni di tè: per più di tre ore è questo lo scenario che si presenta lungo la strada che porta da Kandy, nel cuore degli altipiani dello Sri Lanka, a Nuwara Elya. Nell’alternarsi di pericolose curve a gomito, per raggiungere i duemila metri di altezza sul livello del mare, compare all’improvviso un pulmino uscito fuori strada, adagiato su un fianco. I passeggeri incolumi attendono in piedi i soccorsi. È calata una pesante nebbia e il percorso, già in sé rischioso per via della pioggia — perenne nella stagione dei monsoni — appare un’incognita.

D’improvviso, però, smette di piovere: la nebbia si dirada e su uno spiazzo appaiono alcune donne con grossi fazzoletti in testa e felpe dalle tinte vivaci. Sono dirette verso un riparo improvvisato, quattro pali di legno che sostengono una tettoia, per scaricare i pesanti bustoni di juta ricolmi di foglie di tè che portano sulle spalle.
«Mediamente contiamo almeno venti chili a sacco» dice l’uomo addetto alla pesatura. Le donne, che lavorano per l’azienda Mackwoods, risiedono negli alloggi, non molto distanti da qui, messi a disposizione dal datore di lavoro. La raccolta del tè, a dispetto delle immagini stereotipate che si trovano sui siti turistici dove compaiono giovani donne dall’aria serena, è un’attività dura: sulle colline la temperatura è spesso gelida, molte donne soffrono di anemia, alta pressione e diabete: l’unico pasto che consumano nella giornata è la cena a base di riso e verdure. Durante il lavoro nei campi mangiano pane locale e bevono tè: poche proteine e nessuna vitamina.
Per capire qualcosa in più sul processo di raccolta, e soprattutto per scoprire come da una pianta dallo splendido fusto verde si arrivi al classico tè nero di Ceylon, è necessaria una visita alla fabbrica Mackwoods — fondata nel 1841 da un capitano di nave inglese, William Macwood — dove lavorano mille persone, la maggior parte delle quali si occupa della raccolta: sono le donne incrociate poco fa.
Per tradizione il lavoro sul campo è affidato alle donne: si dice che la mano femminile sia dotata di quel delicato tocco indispensabile a strappare il germoglio della pianta, chiamato pekoe (un nome cinese, perché la prima pianta di tè arrivò dalla Cina), senza danneggiarla. Il germoglio viene lasciato asciugare, poi viene spezzettato, quindi sminuzzato: le parti più piccole vengono separate dalle più grosse, che sono anche le più preziose. Dura circa tre ore il processo cosiddetto di fermentazione, ovvero la naturale ossidazione nell’apposito locale dalla temperatura di quaranta gradi. Così le foglie passano dall’intenso verde al rossobruno. Al termine, quel che rimane viene riscaldato con una macchina per ottenere quel tè nero, popolarissimo qui ed esportato nel mondo.
I sapori forti — contrariamente a quanto ci si aspetterebbe in un Paese che basa la sua dieta su piccanti piatti al curry — non sono i prediletti quando si tratta di tè. Le foglie più preziose, infatti, sono quelle dal gusto delicato che possono costare anche duecento euro per poche decine di grammi.

Il tè viene raccolto anche una volta a settimana, per tutto l’anno. La vita di una pianta da tè — che va costantemente potata per mantenerla a un’altezza comoda per la raccolta — è di sessant’anni. «Tutti i campi coltivati a tè dello Sri Lanka erano originariamente piantagioni di caffè: fu un batterio a falcidiare le piantagioni, costringendo alla riconversione», spiega il direttore.

dallo Sri Lanka
Cristian Martini Grimaldi

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

11 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE