Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Quando Doyle si trasformò
in Sherlock Holmes

· ​Lo "J'Accuse" dello scrittore scozzese ·

Furono due i sogni che Georges Simenon non riuscì a realizzare: vincere il premio Nobel per la letteratura e vestire, almeno per una volta, i panni del suo Maigret nella vita reale. Quest’ultima opportunità, invece, la colse al volo, e con successo, sir Arthur Conan Doyle, che per risolvere il caso di Oscar Slater, uno dei più intricati e discussi del ventesimo secolo, si trasformò in Sherlock Holmes, celeberrima creatura nata dalla sua geniale penna. L’avvincente vicenda è narrata, con dovizia di particolari, da Margalit Fox nel libro, appena uscito negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, dal titolo Conan Doyle for the Defence (New York, Random House, 2018, pagine 352, 16.99 sterline). 

L’autrice mette subito in evidenza che il caso giudiziario, di cui fu protagonista, suo malgrado, Slater, immigrato tedesco di origine ebraica, richiama quello di Alfred Dreyfus, capitano francese anch’egli di origine ebraica, accusato a torto di aver passato informazioni segrete alla Germania, in quel momento ai ferri corti con la Francia. Fu lo scrittore e giornalista Émile Zola a prendere le difese del capitano, denunciando ingiustizie e soprusi durante il processo, nell’editoriale, pubblicato il 13 gennaio 1898, sul giornale socialista «L’Aurore» e intitolato J’Accuse... !: in sostanza, una lettera aperta al presidente francese Félix Faure.
E così Conan Dolye, novello Zola, si assunse il compito, o meglio la missione, di dimostrare l’innocenza di Slate, incastrato dalla polizia e dai pubblici accusatori i quali — scrive Fox — attinsero le motivazioni per incriminare, pur non avendo le prove, un uomo di origine ebraica dallo «scandaloso calderone di antisemitismo, xenofobia e arrogante nazionalismo». Così questo caso fu subito denominato, in virtù delle forti somiglianze con l’illustre precedente, the Scottish Dreyfus affair.
Pochi giorni prima del Natale del 1908 Marion Gilchrist, una ricca donna scozzese di 82 anni, venne barbaramente assassinata nella sua casa di Glasgow. Gli inquirenti stabilirono subito che il movente dell’omicidio era stato un furto degenerato in un atto di violenza, poiché dall’abitazione mancavano alcuni gioielli, come denunciato in un primo rapporto redatto dai poliziotti accorsi sulla scena del crimine. Successivamente Helen Lambie, la domestica di Gilchrist, denunciò che era stato rubato un solo gioiello, di grande valore: una spilla a forma di luna crescente tempestata di diamanti.
La polizia di Glasgow puntò immediatamente i suoi sospetti su Slater, 36 anni, perché era venuta a conoscenza del fatto che questi, pochi giorni dopo l’omicidio, aveva impegnato una spilla, anch’essa a forma di luna crescente. Nell’indagare il fatto, gli investigatori scoprirono — rileva Fox — che si trattava di due spille diverse: quella trafugata dalla casa della donna scozzese aveva una sola fila di diamanti; quella impegnata da Slater ne aveva tre. Ma questa decisiva differenza non portò gli inquirenti a rivolgere l’attenzione su altre persone sospette: al contrario, continuarono a dare la caccia a Slater, il quale intanto era partito per gli Stati Uniti (viaggio subito interpretato dagli inquirenti come un tentativo di fuga). E lì lo andarono ad arrestare, lo riportarono in Scozia, e a Glasgow fu tenuto un processo-farsa, che non durò nemmeno un’ora, al termine del quale venne emessa la condanna a morte, per impiccagione.
Questa decisione, presa senza un regolare processo e senza prove inconfutabili, provocò nel paese indignazione e sconcerto. Furono organizzate manifestazioni di protesta e furono raccolte più di ventimila firme nel tentativo di scongiurare la pena capitale. Assediati da una folla in tumulto, i giudici alla fine, sulla base di un decreto firmato dal re Edoardo vii, tramutarono la condanna per impiccagione in lavori forzati a vita: la pena sarebbe stata scontata nella prigione di Peterhead, una fortezza di origine vittoriana tristemente nota come “Scotland’s gulag”. Era il 1909.
Slater non sapeva darsi pace per l’ingiustizia subita. E passò anni dietro le sbarre, languendo sempre più in uno stato di letargica inerzia. Fino al giorno in cui, era il 1925, decise di rivolgersi, come egli stesso scrisse in una lettera ai genitori, all’unico uomo che lo avrebbe potuto salvare: sir Arthur Conan Doyle, il quale all’epoca non era solo conosciuto e stimato come scrittore di gialli, ma anche come patrocinatore delle cause degli underdog, ovvero dei diseredati, degli emarginati, come testimoniano numerosi articoli e lettere in cui denunciò senza riserve ingiustizie e angherie. Famoso, al riguardo, è un suo articolo in cui si scagliò contro i soldati belgi che si erano macchiati di atrocità nei confronti della popolazione del Congo.
Slater scrisse dunque un messaggio, in cui invocava l’aiuto di Doyle, comprimendolo in una pallottola che venne nascosta nella dentiera di un compagno di cella cui era stata concessa la libertà sulla parola. Lo scrittore, ricevuto quel pezzo di carta tutto spiegazzato, si mise subito all’opera, impiegando il metodo di lavoro che avrebbe adottato il suo Scherlock Holmes: sgombrare anzitutto il campo, secondo un rigoroso processo deduttivo, da elementi incerti e vaghi che avrebbero potuto generare confusione, e concentrarsi solo sugli indizi concreti e solidi. Lo scrittore-investigatore non mirava tanto a scoprire il vero colpevole, quanto a liberare Slater da ogni infamante accusa.
Nel consultare la fitta corrispondenza tenuta allora da Doyle, l’autrice, che ha dedicato al libro sei anni di intenso lavoro, ha scoperto come egli costantemente si lamentasse di trovare un muro di omertà e vasta corruzione, nelle fila sia dei poliziotti che dei giudici, ogni volta che cercava di fare luce sull’inquietante vicenda.
L’indagine condotta con pazienza certosina, anche attraverso l’interrogatorio di testimoni, portò Doyle a scoprire che poco dopo che era stato commesso il delitto, un uomo, appartenente all’alta società di Glasgow, era stato visto uscire dall’abitazione di Marion Gilchrist. Tale scoperta contribuì a chiarire ulteriormente la posizione di Slater. Ma ciò che si rivelò decisivo fu il lavoro capillare svolto da Doyle sui rapporti e sui verbali redatti dagli inquirenti, da lui smontati pezzo per pezzo anche durante veglie notturne, che permise di portare alla luce flagranti contraddizioni che finirono per inficiare il valore di quella documentazione, viziata da radicati pregiudizi. Una documentazione che manifestava la precisa volontà di incastrare e di incriminare Slater, e di trovare il prima possibile un colpevole per quel caso di cui tutti parlavano, in modo che la polizia di Glasgow potesse guadagnare il plauso delle massime autorità scozzesi.
Il grande sforzo di Doyle fu coronato da successo: le autorità giudiziarie rilasciarono Slater dalla prigione di Peterhead nel 1927, e l’anno successivo venne prosciolto da ogni accusa. Il caso non fu risolto: la vera identità dell’assassino non è stata mai scoperta. Ma rimane una certezza. Al termine di quel lavoro logorante, che lo aveva messo in diretto contatto con i mali e le brutture della società, sir Arthur Conan Doyle non se la sarebbe sentita di dire «Elementare Watson!».

di Gabriele Nicolò

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

25 maggio 2019

NOTIZIE CORRELATE