Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

​Quando Buddha
si fece francescano

· Dalla Via della Seta al medioevo europeo scambi e influssi culturali tra buddismo e cristianesimo ·

Il «Libre de Barlam et de Josaphat» nella Provenza angioina trecentesca

Il giovane principe indiano Josaphat vive recluso dal padre, il re Avenir, in un isolato luogo di delizie, di lussi e di piaceri, perché ignori la realtà cruda del mondo e non si converta al cristianesimo. L’inevitabile incontro con le esperienze della vecchiaia, della malattia e della morte apre però gli occhi al principe che, guidato dal sapiente asceta Barlaam, scopre la verità liberatrice del cristianesimo. Divenuto cristiano, Josaphat converte il padre e il suo popolo, rinuncia al potere e decide di vivere da anacoreta nel deserto; dopo la morte viene venerato come un santo, insieme al suo maestro Barlaam.

Benedetto Antelami, lunetta della leggenda di Barlam (Battistero di Parma, nel portale della vita)

L’edificante romanzo medievale di Barlaam e Josaphat è la trasparente trasposizione cristiana della leggenda del Buddha (il bodhisattva nelle lingue romanze si trasforma in Bùdàsaf, Iosafat, Giosafat). Attraverso le tappe persiana, islamico-ismailitica e georgiana, con continue modificazioni e varianti, la vicenda giunse nel X secolo sul Monte Athos. Dalla traduzione greca derivarono le riformulazioni latine che, anche attraverso epitomi ed excerpta, influenzarono e affascinarono durevolmente il Medioevo occidentale, segnato dalle rielaborazioni che ne fecero tre autori domenicani duecenteschi: Vincenzo di Beauvais nello Speculum historiale, Bartolomeo da Trento nel Liber epilogorum in gesta sanctorum, Iacopo da Varagine nella Legenda aurea, che le assicurò una straordinaria e ramificata fortuna.

Una fortuna che prosegue nelle versioni romanze, diversificate nei rami italiano, francese, occitano, spagnolo e catalano; riecheggia nei leggendari, nelle sculture (Benedetto Antelami nella lunetta del portale della vita nel Battistero di Parma) e nelle sacre rappresentazioni (celebre quella quattrocentesca di Bernardo Pulci); e si spinge sino all’età moderna e al siglo de oro, col Barlaan y Josafat (1611) di Lope de Vega. L’unica versione integrale occitanica della storia di Barlaam e Josaphat è conservata nel ms. Paris, Bibliothèque nationale de France, fr. 1049, un codice miscellaneo, membranaceo, scritto da un’unica mano, appartenuto a Richard Lambert, notaio ecclesiastico la cui presenza è attestata a Aix-en-Provence fra il 1345 e il 1346. Proprio questo dato, accanto alla presenza fra i testi contenuti nel manoscritto della conplancha composta in occasione della morte di Roberto d’Angiò — avvenuta la notte fra il 19 e il 20 gennaio 1343 — permette di datare con buona approssimazione la confezione del manoscritto ai primi anni Quaranta del Trecento, probabilmente non oltre il 1345, anno della morte della moglie di Roberto, la regina Sancia di Maiorca, divenuta negli ultimi anni clarissa. Dopo essere appartenuto al Lambert, il manoscritto entrò in possesso del bibliofilo provenzale seicentesco Nicolas-Claude Fabri de Peiresc, che lo conservò nell’hôtel de Callas di Aix, prima di passare dal barone di Rians a Gabriel Naudé per la biblioteca del cardinal Mazzarino. Come molti altri manoscritti, l’attuale fr. 1049 passò così dal Midi a Parigi.
Le vicende del manoscritto ma soprattutto l’edizione e l’analisi della versione occitanica della storia di Barlaam e Josaphat sono ora al centro di un volume che è il più recente titolo della fortunata collana diretta da Marco Palma «Scritture e libri del Medioevo» (Il Libre de Barlam et de Josaphat e la sua tradizione nella Provenza angioina del XIV secolo, a cura di Anna Radaelli, Roma, Viella, 2016, pagine 316, euro 40). Oltre all’analisi del codice, del suo ricco apparato illustrativo, della lingua del Libre, oltre all’edizione del testo, commentato con cura e ampiezza di confronti, Anna Radaelli colloca il codice parigino nel quadro della Provenza francescana del Trecento, luogo di origine e ambiente generativo del manoscritto. Nella giustapposizione dei diversi testi — la parte più cospicua del codice è occupata dalla Somme le roi, una rassegna di vizi e virtù composta dal domenicano Lorenzo intorno al 1280 — la Radaelli coglie la concezione unitaria del volume, di impianto francescano, «una sorta di breviario di catechesi narrativa sulla confessione e la vita spirituale», una «facile sinossi di istruzione morale e catechetica», «una esposizione sintetica dei principi fondamentali dell’educazione religiosa, accanto a un racconto edificante di percorsi di pentimento e redenzione, di vita virtuosa e premio celeste», destinata ai laici raccolti intorno ai francescani provenzali.
Segnata dalle figure austere e rigorose di Ugo di Digne e di Pietro di Giovanni Olivi, la storia della Provenza francescana del Trecento s’intreccia infatti con quella del manoscritto e dei testi che trasmette. I tre figli di Carlo ii d’Angiò, Roberto (il futuro conte di Provenza e re di Napoli), Raimondo Berengario e Ludovico, furono ostaggi del re di Aragona, in Catalogna, al posto del padre per sette, lunghi anni, dal settembre 1288 all’ottobre 1295, in adempimento del trattato di Canfranc, nell’ambito del conflitto fra aragonesi e angioini per il possesso della Sicilia. Nella lunga detenzione i tre principi angioini furono educati da francescani di orientamenti rigoristi e «spirituali» e ricevettero da Olivi una celebre lettera (18 maggio 1295) sulla necessità e sul significato del dolore nell’economia della salvezza e nella vita del cristiano. Il padre aveva molteplici ragioni per temere che Olivi «imbeghinasse» i figli (“beghini” erano i seguaci laici dei francescani rigoristi). Di fatto Ludovico rinunciò alla corona, che gli era destinata dopo la morte del primogenito Carlo Martello, e dopo aver rifiutato la sede di Lione che voleva assegnargli Celestino V divenne vescovo di Tolosa solo a patto di poter vestire l’abito francescano (con grande disappunto del padre), il 24 dicembre 1296, nella chiesa romana dell’Aracoeli. Il suo breve episcopato si caratterizzò per un’estrema austerità, per il servizio ai poveri, per l’amore ai lebbrosi. Jacques Paul ha parlato, a suo proposito, di un franciscanisme royal, nella linea e secondo il modello, aggiornato, del prozio Luigi IX, canonizzato da Bonifacio VIII nel 1297. Anche Ludovico, morto a Brignoles il 19 agosto 1297 all’età di ventitré anni, fu presto oggetto di culto e venne canonizzato, nel 1317, da Giovanni XXII (che certo non ne apprezzava il francescanesimo rigorista e «spirituale»). Lo stesso Roberto, divenuto re al posto del fratello che aveva rinunciato alla corona per abbracciare il povero saio francescano, nel suo monumento funebre realizzato dai marmorari fiorentini Bertini nella chiesa napoletana di Santa Chiara sotto il manto regale indossa l’umile veste dei frati minori. E «re da sermone» Roberto venne dispregiativamente definito da Dante (Paradiso, VIII, 147), che non l’amava per la sua politica antimperiale e a lui preferiva di gran lunga il fratello Carlo Martello. L’esercizio supremo della sovranità è nella sua rinuncia per abbracciare un dominio che non è di questo mondo ma lo trascende.
Estrema metamorfosi dell’antica narrazione buddista, il Libre de Barlam et de Josaphat non reca i segni del dualismo cataro, come hanno sostenuto Déodat Roché e René Nelli, fuorviati da un’ideologia che fa aggio sulla storia. Nella figura, così squisitamente medievale, del re che si converte, abbandona il regno e diviene asceta si deve piuttosto leggere in filigrana la personalità di Ludovico d’Angiò, il santo vescovo di Tolosa che rinunciò al mondo e al potere per un regno più grande. Come appare nella tavola che Simone Martini dipinse negli anni 1317-1320 (Napoli, Museo nazionale di Capodimonte) in cui il vescovo, con il saio francescano sotto i paramenti episcopali, incorona con la mano sinistra il fratello Roberto che, inginocchiato, appare tanto più piccolo di Ludovico. 

di Paolo Vian

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 settembre 2018

NOTIZIE CORRELATE