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Quando Anthony Quinn previde
un Papa argentino

· L’intuizione dell’attore statunitense che non conosceva Bergoglio ·

Silvina Pérez e Lucetta Scaraffia hanno ricostruito in Francesco, il papa americano (Milano, Vita e Pensiero, 2017, pagine 144, euro 13) il profilo di Bergoglio e dei primi cinque anni di pontificato, con l’aggiunta del suo scritto, risalente al 1990, Storia di una vocazione. A presentare il libro a Milano, il 26 marzo alle 11 all’Università Cattolica del Sacro Cuore, introdotti dal rettore Franco Anelli, saranno il cardinale presidente della Conferenza episcopale italiana Gualtiero Bassetti, arcivescovo di Perugia - Città della Pieve, il vescovo assistente ecclesiastico generale dell’ateneo Claudio Giuliodori e lo storico Vittorio Emanuele Parsi. Pubblichiamo parte dell’introduzione.

Il 9 marzo, durante le congregazioni generali, l’arcivescovo di Buenos Aires aveva parlato per pochissimi minuti. Le parole del cardinale argentino insistevano sulla «dolce e confortante gioia di evangelizzare», espressione di Paolo VI che di lì a pochi mesi avrebbe ispirato il titolo, Evangelii gaudium, del lunghissimo documento programmatico del pontificato. «La Chiesa è chiamata a uscire da se stessa e ad andare verso le periferie, non solo quelle geografiche, ma anche quelle esistenziali: quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria» aveva detto ai cardinali Bergoglio. Che in conclusione delineava anche il profilo del prossimo pontefice, «un uomo che, attraverso la contemplazione di Gesù Cristo e l’adorazione di Gesù Cristo, aiuti la Chiesa a uscire da se stessa verso le periferie esistenziali».

Particolare del disegno di Judith (Belgio)  pubblicato sul libro «L’amore prima del mondo.  Papa Francesco scrive ai bambini»  (Rizzoli, 2016)

Un papa missionario, dunque, quello disegnato tre giorni prima dell’inizio del conclave dal settantaseienne arcivescovo di Buenos Aires, candidato escluso nelle previsioni giornalistiche più ricorrenti, se non altro per l’età avanzata, dimenticando però che Ratzinger era al momento dell’elezione addirittura settantottenne. Come si sa, dalla Sistina il cardinale Bergoglio è uscito eletto dopo solo un giorno di votazioni, generando una sorpresa pari soltanto a quella, clamorosa, dell’elezione di Wojtyła: «vescovo di Roma» venuto da un «paese lontano» si era presentato Giovanni Paolo II, «vescovo di Roma» preso «quasi alla fine del mondo» si è descritto Francesco.

Ed è essenzialmente un papa missionario, Bergoglio, coerente con la sua vita di gesuita formatosi nella stagione del Concilio e, per questa ragione anagrafica, anche primo pontefice a non aver partecipato al Concilio Vaticano II. Del Concilio però il papa si è nutrito con convinzione ed è quindi figlio, in senso pieno.

Non è un caso infatti che nel brevissimo intervento durante la sede vacante l’unica citazione letterale, oltre quella appena ricordata dell’Evangelii nuntiandi di Paolo VI, sia tratta da uno dei principali documenti conciliari, la Gaudium et spes. Evocati nel breve testo sono però anche un tema caro al teologo gesuita Henri de Lubac, quello della ‘mondanità spirituale’, e il motivo patristico (studiato da un altro gesuita, Hugo Rahner) del mysterium lunae. Secondo questa immagine simbolica, la luna rappresenta la Chiesa perché, come l’astro notturno, attraversa fasi calanti e crescenti, ma soprattutto non ha luce propria perché è illuminata dal sole, e cioè da Cristo. Riferimenti ancor più interessanti se si tiene conto che Bergoglio non ama troppo le citazioni, al di fuori di quelle bibliche.

Come ha mostrato con immediatezza la scelta di un nome papale non solo in discontinuità con i precedenti ma del tutto nuovo, Francesco è diverso radicalmente dai predecessori, anche se presenta elementi di sostanziale continuità con i pontefici che si sono succeduti dal tempo del Concilio Vaticano II, e non di rado tiene a sottolinearli. Soprattutto, ma senza enfasi e con uno scarsissimo ricorso alle citazioni, più volte si è richiamato a Paolo VI, che nel 2014 ha proclamato beato e che sta per dichiarare santo. E nello stesso anno ha canonizzato insieme Giovanni XXIII e Giovanni Paolo II, papi molto diversi tra loro, con una sorta di bilanciamento agiografico. Scelta peraltro analoga a quella compiuta nel 2000 da Wojtyła con la beatificazione simultanea di Pio IX e di Roncalli, mezzo secolo dopo il rilancio nuovo e spettacolare di una dimensione inconsueta e problematica come la santità papale. Nella prima metà degli anni Cinquanta, infatti, Pio XII aveva a sua volta beatificato e canonizzato Pio X.

Se già nel 1963 Montini, pochi giorni prima di essere eletto in conclave, parlava della possibilità di un papa non italiano, non molti invece, come ho accennato, si aspettavano nel 1978 un polacco e nel 2005 un tedesco. Singolarmente, a prevedere in qualche modo l’elezione di un argentino fu però, al tempo di Giovanni Paolo II, non un prelato o un vaticanista, ma l’attore statunitense di origine messicana Anthony Quinn. Questi aveva interpretato nel 1968 il papa ucraino immaginario Kiril nel film The Shoes of the Fisherman, tratto dall’omonimo romanzo di Morris West pubblicato nel 1963. Incontrando molti anni dopo a Roma il giornalista e scrittore spagnolo Arturo San Agustín, la conversazione cadde su un possibile pontefice latinoamericano. Magari un messicano, disse allora il giornalista, ma senza esitare l’attore replicò sicuro che il primo sarebbe stato un argentino, scoppiando subito dopo a ridere. Nessuno dei due interlocutori conosceva il gesuita Bergoglio, tra l’altro non ancora cardinale, ma dopo la sua elezione San Agustín si ricordò perfettamente di quella singolare previsione.

Argentino, dunque, ma nato in una famiglia di emigrati italiani dalle saldissime radici piemontesi, quasi un ponte tra il Vecchio e il Nuovo Mondo, o meglio la «fine del mondo» evocata dal nuovo papa nelle prime parole pronunciate dalla loggia di San Pietro in quella sera gelida e piovosa di fine inverno. Inoltre, un pontefice proveniente dalle file di un ordine religioso — come non era più avvenuto dal 1831, quando fu eletto il camaldolese Cappellari — e per la prima volta un gesuita, secondo una scelta di vita maturata progressivamente dal papa sin da quando, il 21 settembre 1954, non ancora diciottenne, intuì quale sarebbe stata la sua via spirituale.

A raccontare la storia della sua vocazione è stato lo stesso Bergoglio nel 1990, non ancora vescovo, in una lunga lettera (di fatto inedita e quasi per intero pubblicata alla fine di questo libro) sul salesiano di origini lodigiane Enrique Pozzoli che l’aveva battezzato il 25 dicembre 1936, otto giorni dopo la nascita. Era la festa di san Matteo e nel racconto dattiloscritto personalmente dal gesuita, allora cinquantaquattrenne, appare l’espressione miserando atque eligendo. Tratte dal commento medievale di Beda alla chiamata del pubblicano da parte di Gesù, le tre parole diverranno due anni più tardi il motto episcopale di Bergoglio, nominato nel 1992 ausiliare di Buenos Aires. Perché il Signore, in quel giorno in cui iniziava la primavera australe, ebbe misericordia di lui e lo scelse (miserando atque eligendo), proprio come era accaduto all’apostolo che da allora lo aveva seguito.

La storia e le vicende drammatiche dell’Argentina nell’ultimo trentennio del Novecento sono il contesto nel quale si collocano la traiettoria personale e il ruolo pubblico di Bergoglio, dapprima tra i gesuiti e poi come vescovo della capitale. Traiettoria e ruolo che permettono di ricostruire il profilo di un religioso formato secondo la tradizione esigente e duttile della Compagnia di Gesù, ordine di frontiera, e messo di fronte alla prova di anni durissimi. A questi è seguito l’inizio affannoso e inquieto del nuovo secolo, segnato da difficoltà economiche e sociali crescenti, in generale nel grande Paese sudamericano e in particolare a Buenos Aires, megalopoli segnata da stridenti contrasti. Una situazione alla cui luce si comprende perfettamente tra le preoccupazioni del papa la centralità delle periferie, reali e metaforiche, descritte nel già citato intervento di Bergoglio prima dell’elezione come «quelle del mistero del peccato, del dolore, dell’ingiustizia, quelle dell’ignoranza e dell’assenza di fede, quelle del pensiero, quelle di ogni forma di miseria».

All’inizio del 2001 l’arcivescovo argentino venne creato cardinale e in autunno sostituì al sinodo il relatore designato, trattenuto nella sua diocesi di New York dall’attacco dell’11 settembre. A questo esordio su uno scenario cattolico internazionale seguirono nel 2005 la sede vacante e il conclave dove, stando a ricostruzioni peraltro non controllabili, Bergoglio ricevette un numero non trascurabile di voti. E alla conferenza generale dell’episcopato latinoamericano di Aparecida, svoltasi nel 2007, il ruolo e l’efficacia direttiva del cardinale risultarono con evidenza. Si comprende allora facilmente come, dopo la rinuncia di Benedetto XVI, la figura dell’arcivescovo di Buenos Aires fosse ben presente agli elettori (meno, come si è accennato, ad altri). E la scelta rapidissima dei cardinali, stando alle impressioni di chi da tempo conosceva Bergoglio, deve essere apparsa all’eletto, segnato da una lunga abitudine alla riflessione spirituale, come un ulteriore momento della chiamata avvertita in anni ormai lontani.

Papa per molti aspetti nuovo, Francesco ha subito espresso una relazione molto stretta con il predecessore, quasi a mostrare la condizione normale della novità, da molte parti avvertita invece come dirompente, della sua rinuncia. Il pontefice lo ha infatti incontrato a lungo già dieci giorni dopo l’elezione e, con un gesto senza precedenti, ha voluto riprenderne l’ultima enciclica, ormai quasi ultimata, e firmandola l’ha fatta propria. Lumen fidei è divenuta così il primo documento di Francesco, che qualche mese dopo ha esposto le sue linee programmatiche nell’esortazione apostolica Evangelii gaudium. È stata questa il primo elemento del trittico che ha scandito i primi tre anni del pontificato, ed è completato dall’enciclica sociale Laudato si’, dedicata alla cura del creato, e da un’altra esortazione, Amoris laetitia, frutto dei due sinodi sulla famiglia. Tutti e tre sono testi molto lunghi, caratterizzati da un ampio ricorso a documenti di episcopati dei diversi continenti. Viene così riflessa in questi documenti papali la dimensione collegiale del primato romano, ruolo esemplare di comunione e di servizio che il pontefice ha richiamato con forza nel discorso conclusivo del primo sinodo ed esercita quotidianamente nel governo della Chiesa.

La novità più appariscente ed espressiva del nuovo papa è stata la decisione, presa nelle prime settimane di pontificato, di vivere a Santa Marta, a pochi passi dalla basilica di San Pietro, cioè in una residenza dove sono ospitate alcune decine di ecclesiastici e persone di passaggio; non più dunque nell’appartamento nel Palazzo apostolico, abitato per quasi un secolo e mezzo dai predecessori dopo la presa di Roma. La risonanza della scelta di Francesco è stata naturalmente enorme. Avvertita come segnale di semplicità, la decisione è stata spiegata da Bergoglio soprattutto come necessità di non isolarsi. Una spiegazione, quella di Francesco, non contrastante con la percezione pubblica ma in realtà diversa, in coerenza con un’altra decisione: l’invito in alcuni giorni della settimana ad alcune decine di fedeli a partecipare alla messa mattutina celebrata dal papa nella cappella di Santa Marta.

In una prospettiva storica, la scelta del pontefice costituisce il definitivo superamento del trauma e delle conseguenze della presa di Roma, che aveva portato di fatto alla restrizione e all’autoreclusione dei suoi predecessori per un intero sessantennio, dal 1870 al 1929, letteralmente entro i palazzi e i giardini vaticani. Sono poi trascorsi altri trent’anni perché i papi tornassero a uscire davvero dall’ambito vaticano e romano, mentre fu Paolo VI tra il 1964 e il 1970 a viaggiare per la prima volta nei cinque continenti. Restava comunque l’isolamento simbolico nel Palazzo apostolico, che è stato superato appunto dalla scelta di Santa Marta e da altri gesti eloquenti, come, per limitarsi a un esempio, gli esercizi spirituali insieme ai prelati di Curia non più predicati in Vaticano ma in una residenza religiosa fuori Roma.

In questa tendenza alla semplificazione bisogna anche includere la minimizzazione dei residui dell’antica corte papale. Nel 1968 questa era stata abolita da Montini, mentre la mentalità di corte è stata più volte rampognata da Bergoglio in quanto espressione di quella mondanità spirituale deplorata nell’intervento precedente il conclave. Non sono mancate ovviamente critiche e resistenze, inevitabili e ricorrenti in ogni pontificato, ma bilanciate ora dal larghissimo consenso pubblico che riscuotono la figura e l’opera del papa. E anche il rapporto del pontefice con la Curia richiama soprattutto quello esigente di Paolo VI, peraltro segnato da una conoscenza trentennale del mondo vaticano, e da un punto di vista privilegiato come quello dei vertici della Segreteria di Stato dal 1937 al 1954.

Un mese esatto dopo l’elezione, mettendo in opera un suggerimento emerso nelle riunioni dei cardinali durante la sede vacante, Francesco ha istituito un consiglio di otto cardinali per la riforma della Curia e per il governo della Chiesa. E ha scelto i consiglieri in rappresentanza dei cinque continenti (tre per l’America, due per l’Europa, uno per l’Africa, uno per l’Asia, uno per l’Oceania), aggiungendovi poi il suo segretario di Stato, l’italiano Pietro Parolin, che ha nominato alcuni mesi più tardi e che poco dopo, nel suo primo concistoro, ha creato cardinale. Bisogna notare che anche nella scelta dei cardinali Bergoglio sta accentuando la tendenza a consolidare e ad allargare la presenza di ecclesiastici non europei, che ormai è maggioritaria tra gli elettori (i cardinali cioè che ancora non hanno compiuto ottant’anni).

In questo modo Francesco porta al culmine il processo di internazionalizzazione del collegio cardinalizio — e di riflesso degli organismi curiali — avviato per la prima volta con decisione da Pio XII nel 1946, pochi mesi dopo la conclusione della Seconda guerra mondiale. Nella riforma della Curia, cresciuta enormemente durante i pontificati di Giovanni Paolo II e di Benedetto XVI, il papa ha dovuto mettere al primo posto, a causa del ripetersi degli scandali, le strutture finanziarie ed economiche su cui è dovuto intervenire più volte. Resta tuttavia centrale l’obiettivo di semplificazione e di razionalizzazione, indispensabile per un ruolo e una funzione che devono essere esemplari, come aveva indicato Paolo VI nel discorso alla Curia del 21 settembre 1963, tre mesi esatti dopo l’elezione.

Nel governo della Chiesa il pontefice ha ulteriormente sviluppato gli elementi di collegialità introdotti al tempo del Concilio, secondo una scelta visibile innanzi tutto nella convocazione delle assemblee sinodali, che nei primi anni del pontificato hanno affrontato il tema cruciale della famiglia. La prospettiva è quella che caratterizza Bergoglio, e cioè la missione. Dunque, l’uscita da chiusure, clericalismi, autoreferenzialità per permettere la testimonianza e l’annuncio del Vangelo.

E Francesco lo ripete continuamente con un modo di comunicare davvero efficace, che unisce tradizione e un’intelligenza capace di comprendere i fenomeni e le contraddizioni della contemporaneità, criticata anche severamente ma mai con parole di condanna. Centrali in questa comunicazione sono le prediche di Santa Marta, molto seguite. Ma anche le interviste, numerose come mai prima, e le conferenze stampa durante i viaggi internazionali. Soprattutto queste ultime permettono al papa di esprimersi con immediatezza, quasi come in una conversazione privata, anche se spesso i media tendono ad appiattire Bergoglio su stereotipi riduttivi: che non lo rappresentano realmente e sui quali egli stesso ironizza, come quando assicura che il papa è cattolico, almeno quanto i critici preoccupati della sua ortodossia.

A mezzo secolo dalla conclusione del Concilio che ha profondamente rinnovato il volto del cattolicesimo ma che ancora deve essere davvero recepito, le prospettive del pontificato di Francesco devono incrociare le stesse sfide, in un contesto storico pur radicalmente mutato. E dunque il papa guarda all’impegno dei laici: in particolare confrontandosi con la questione femminile, sempre più incandescente, e con la necessità di una nuova cultura politica. Ma anche con il nodo dei poveri sullo scenario di una globalizzazione da governare e nel contesto di un ambiente sempre più degradato e sofferto maggiormente appunto dai poveri. E ripreso con forza dal pontefice è anche il dialogo ecumenico e quello con le religioni non cristiane, fruttuoso — ripete di continuo Bergoglio — soltanto se è chiara la propria identità. Un’identità che per il papa preso «quasi alla fine del mondo» è missionaria perché si fonda sull’annuncio del Vangelo. (g.m.v.)

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