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Quando andavo al concilio di nascosto

· ​Il cardinale Coppa compie novanta anni ·

Piemontese, latinista, studioso di sant’Ambrogio, a lungo in servizio nella Segreteria di Stato, ha lavorato con sette Pontefici. Già nunzio apostolico in Cecoslovacchia e poi nella Repubblica Ceca e in Slovacchia, il cardinale Giovanni Coppa compie novant’anni lunedì 9 novembre. Nell’occasione — alla vigilia della messa di ringraziamento che celebra nel pomeriggio di martedì 10, all’altare della tomba di Pietro nelle Grotte vaticane — il porporato si racconta in questa intervista al nostro giornale.

Lei è un cultore di sant’Ambrogio. Cosa l’ha colpita di questo padre della Chiesa?

Michael Pacher, «Sant’Ambrogio» (1471-1475)

A dire il vero non sono nato accademicamente come patrologo. Mi sono laureato in storia dell’arte con una tesi sull’iconografia della Trinità. La mia preparazione di patristica non aveva niente di specifico. Tutto è avvenuto dopo, quando già lavoravo in Segreteria di Stato. Un giorno ho telefonato a monsignor Pietro Rossano, che era direttore della collana dei classici della religione dell’Utet, per esprimergli il desiderio di scrivere qualcosa su Ambrogio. Rossano accettò la mia proposta, anche se c’era già un altro candidato per la voce sul santo vescovo in quella collana. Avevo letto molto su di lui, ma non conoscevo tutte le sue opere. E quella è stata proprio l’occasione per apprezzarle e approfondirle. Ha uno stile speciale, certo a tratti difficile, ma profondissimo. Ambrogio è senza dubbio uno dei santi che mi piacciono di più.

Cosa ricorda degli anni passati al servizio della Curia romana?

Mi riferirono che Pio XII aveva stima di me, perché i testi latini che ero incaricato di preparare risultavano sempre ampi e approfonditi. Le mie più belle esperienze però sono state con Giovanni XXXIII, che mi voleva veramente bene. Ho avuto varie udienze con lui. Mi sono rimaste impresse la sua grande umanità e la sua attenzione ai dettagli.

Che ricordi ha del concilio Vaticano II?

I primi tempi, al mattino, anziché andare subito in ufficio, mi fermavo nella basilica vaticana a seguire i lavori conciliari. Quando se ne sono accorti in Segreteria di Stato non ho più potuto farlo, perché monsignor Dell’Acqua mi faceva trovare del lavoro da sbrigare già nel cassetto appena arrivavo. Però ricordo di essere stato presente in alcuni momenti importanti, soprattutto quando i padri conciliari di Francia e Germania impressero un’apertura inaspettata al mondo.

Un bilancio dei suoi novanta anni di vita?

In tutte le mie esperienze di studio non ho mai tralasciato la dimensione pastorale. Ho sempre lavorato nelle parrocchie. Anche a Praga non avevo una domenica libera, specialmente in estate, perché mi chiamavano in più luoghi per celebrare. Ripeto: se non avessi fatto quell’esperienza, il mio sacerdozio non sarebbe stato completo. Questo per me è il momento di ringraziare Dio per tutto ciò che mi ha fatto sperimentare in questi anni.

di Nicola Gori

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19 gennaio 2020

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