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Quale strada
per Khartoum

· Le incognite dopo il colpo di stato ·

Le proteste delle piazze, dove da molti giorni si sono riversati migliaia di sudanesi, e l’appoggio che ad esse sembra dare l’esercito dopo i primi scontri costati diverse vite umane, con una improvvisa accelerazione stanno portando alla fine di un’altra storica e perdurante autocrazia. Negli ultimi decenni il regime di Omar al-Bashir è stato al centro di molte vicende controverse e ha spesso attirato l’attenzione critica della comunità internazionale. Ma fino ad ora al-Bashir era riuscito a sopravvivere ad ogni crisi, all’ostilità degli Stati Uniti, alla caduta di Bin Laden, alle guerre civili nel sud e nell’ovest del Paese, all’indipendenza del Sud Sudan, all’accusa di aver operato un genocidio in Darfur. Negli ultimi tempi, anzi, il governo di Khartoum sembrava essersi riallineato con le altre cancellerie regionali e mondiali. Si può però anche dire che il Sudan (storicamente appoggiato da Cina e Russia) oggi si trovi al crocevia dei difficili rapporti tra ex alleati ora rivali come Arabia e Qatar, Egitto e Turchia.

Dimostranti a Khartoum (Epa)

Il presidente al-Bashir ha 75 anni ed è al potere dal colpo di stato del 1989. È considerato dagli oppositori il primo responsabile della crisi economica che attanaglia il Paese. Le proteste sono scoppiate nel dicembre scorso quando il governo ha deciso l’aumento dei prezzi dei generi alimentari di base, in un Paese dove l’inflazione è al 44 per cento. Di fronte alle prime manifestazioni, al-Bashir ha reagito proclamando lo stato d’emergenza, poi ha avanzato delle aperture verso i manifestanti, dimettendosi dalla guida del Partito di governo e riducendo i prezzi dei generi di prima necessità. Ma l’onda era ormai partita, le manifestazioni sono continuate, e la spaccatura nelle forze militari si è resa più evidente, con i reparti speciali che applicavano la repressione e molti altri soldati che abbandonavano le caserme per unirsi ai manifestanti o addirittura proteggerli. Fino agli eventi di queste ore.

Molto del destino politico del Sudan si decide soprattutto sull’asse Khartoum-Omdourman, benché il Paese sia vasto e caratterizzato da storiche problematiche regionali. Figure di spicco a capo dell’opposizione sono Sadiq al Mahdi, capo del partito al-Umma e la figlia Mariam al-Mahdi, arrestata il mese scorso per il suo attivismo politico. La famiglia al-Mahdi, oltre a richiamarsi al carismatico leader islamista che nell’Ottocento guidò la storica rivolta sudanese contro l’impero britannico, ha governato il Paese dal 1966 al 1967 e dal 1986 al 1989, con fragili governi di coalizione l’ultimo dei quali fu rovesciato proprio dal colpo di stato di al-Bashir. Fin dall’indipendenza nel 1956, il Sudan è stato caratterizzato prevalentemente da regimi militari e filo-islamisti. È stato uno dei primi paesi al mondo ad adottare la sharia — la legge islamica — come legge civile dello Stato. Il pensiero islamico radicale ha avuto in Sudan un suo punto di riferimento internazionale, e una figura di spicco è stato lo sceicco Hassan al-Turabi, che alternando alleanze e opposizione ha partecipato attivamente alla vita politica del paese in cui ha occupato alte cariche e dove è stato messo diverse volte agli arresti dallo stesso al-Bashir. Al-Turabi si è imposto all’attenzione internazionale soprattutto per un fondamentalismo islamico del tutto particolare, che ad esempio predicava l’unità fra sunniti e sciiti e l’avanzamento di numerosi diritti delle donne, ma che allo stesso tempo ha costituito l’ispirazione ideologica di numerosi gruppi armati, molti dei quali nel passato hanno trovato ospitalità e riferimenti in Somalia. Tra i personaggi legati ad al-Turabi non a caso spicca Osama bin-Laden il quale fu ospitato in Sudan dal 1992 al 1996, dove sviluppò la bozza del progetto di al-Qaeda. 

di Osvaldo Baldacci

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15 settembre 2019

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