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​Quale liceo classico

· ​Sul dibattito fra conservatori e riformatori ·

Liceo classico sì, liceo classico no? La proliferazione dei licei da un lato e la progressiva rimozione del greco e del latino dall’altro impongono la domanda ciclicamente ricorrente e ora radicalizzata, che ci ricorda la querelle degli antichi e dei moderni; una domanda che dagli inizi degli anni Sessanta ha diviso gli schieramenti tra servatores e novatores, conservatori e riformatori; che dalle pareti domestiche e scolastiche rimbalza nei dibattiti pubblici, trasformando in ideologico un problema culturale; che, in definitiva, sottende la questione se la scuola deve privilegiare la conoscenza o la competenza, se deve mirare alla formazione o alla professione.

William-Adolphe Bouguereau, «Dante e Virglio all’Inferno» (1850, particolare)

Molteplici, note e per lo più nobili le ragioni messe in campo a favore del liceo classico: una causa giusta che ha avuto talvolta proprio nei classicisti gli avvocati sbagliati. E oggi conforta vedere che tale causa sia presa in carico proprio dagli infideles, come i fisici (Guido Emilio Tonelli), gli scrittori (Paola Mastrocola), i sociologi (Luca Ricolfi), gli architetti (Francesco Dal Co), gli ingegneri (Paolo Enrico Colombo), i medici (Eugenio Gaudio), i genetisti (Luca Cavalli Sforza).

I classici. Nel segno della loro identità ed eredità sono alcuni fondamenti del pensiero occidentale: l’autonomia del diritto, l’idea di democrazia, il metodo scientifico. Ad Atene e Roma noi siamo debitori non solo del nostro lessico fondamentale (da paideia, nomos, cosmos a civitas, pietas, humanitas), ma anche di una forma mentale aperta a tutte le possibilità, perché il mondo classico è abitato non dal pensiero unico, bensì dalla pluralità delle visioni rivali. 

Nel segno della diversità e inattualità è invece la forza antagonista dei classici: essi contrastano con i conformismi del presente e con le mode dell’ora (modo) e ci interessano perché sono radicalmente diversi da noi. Chi è educato all’inattualità e diversità del classico oggi si meraviglia meno, ed è meno disarmato di fronte alla novitas della globalizzazione e delle culture altre che irrompono nell’Europa.
Il greco: una cultura e un pensiero che non cessano di provocarci sulle questioni cruciali della legge, della religione, dell’etica; e una lingua che ci ha dato i nomi della nostra dimensione intima (psyche) e del nostro destino comune (polis), oltre ai linguaggi tecnici di tante nostre scienze.
Il latino: mater certa, anzi certissima del nostro italiano; antenna sensibilissima della cultura dell’Europa, che per tutta la sua storia ha parlato latino mediante l’imperium, l’ecclesia e lo studium; tramite del sapere e dei saperi di Gerusalemme e Atene.
Ma il greco con la sua gratia e il latino con la sua potentia hanno altro, un “di più”: ci consegnano non solo conoscenze, ma anche competenze, strumenti, “scarponi chiodati”, direbbe Mandel’stàm; vale a dire rigore, disciplina, metodo.
Al centro di questo metodo (dal greco hodòs, “percorso, cammino”) sta la traduzione, che — a dispetto di chi oggi intende depotenziarla e derubricarla — rimane un’esemplare palestra formale e concettuale, perché ci educa alla compresenza di identità e alterità della lingua; sposa il momento analitico con quello sintetico, il particolare col generale, il piccolo col grande; ci guida nella transizione da un codice linguistico a un altro codice linguistico, da un tempo a un altro tempo, da un mondo a un altro mondo. Così continua il miracolo del testo classico: semper idem et alius, sempre uguale, sempre diverso. Del resto, come ci ha ricordato George Steiner, «comprendere è tradurre»; e tutta la nostra vita individuale e collettiva non è forse una continua traduzione di linguaggi, codici, simboli?
Molteplice il portato di questa palestra delle lingue classiche.
Anzitutto esse ci insegnano a parlare bene, a usare consapevolmente la parola (impoverita e scaduta a vocabolo e a medium): dalla sua spiegazione etimologica, più che mai necessaria per un’urgente ecologia linguistica, all’articolazione del discorso, all’argomentazione critica, che reclama «i pensieri lunghi» di cui parlava Empedocle e non i pensieri mignon di 140 caratteri.
In secondo luogo — a fronte del monoteismo digitale che dilata la dimensione dello spazio, proiettandoci nella grande rete mondiale (world wide web) — il latino e il greco ci aprono il tempio del tempo, mettendo a petto e incrociando il notum, la tradizione e le risposte dei padri, con il novum, il presente ancora senza volto e le domande dei figli. In questo recupero del tempo, che lo stesso Papa Francesco ci ha ricordato essere «superiore allo spazio», noi oggi dobbiamo trovare una casa ai Lares, convinti con Mahler che «la tradizione è salvaguardia del fuoco, non adorazione delle ceneri». Diversamente, all’insegna del tutto qui e subito e del presente assoluto, rischiamo «il provincialismo di tempo» (Eliot) e “l’inferno dell’Uguale” (Byung-Chul Han).
Infine il latino e il greco — si scrive latino e greco, ma si pronuncia italiano, storia filosofia e più in generale humanities — possono soccorrere la scienza e le tecnologie in un’alleanza naturale e necessaria, perché se la scienza e le tecnologie hanno l’onere della risposta ai problemi gravi e urgenti del momento, i saperi umanistici hanno l’onere della domanda; e l’ars interrogandi è non meno difficile e non meno utile dell’ars respondendi. Del resto non abbiamo teorizzato che questa è l’era della conoscenza senza barriere e non osanniamo a ogni istante le soft skills? Nell’unicità della cultura e pluralità dei linguaggi tutti i saperi devono tendere a quella finalità etica già così bene enunciata da Seneca, il quale identificava la conoscenza nel bene, l’ignoranza nel male (quid est ergo bonum? Rerum scientia. Quid malum est? Rerum imperitia).
Non solo la scienza e la tecnologia, ma anche i classici hanno il futuro nel sangue, perché classico non è sinonimo né di fossile né di culto del passato né di sguardo rivolto unicamente all’indietro, ma — come ci ha ben insegnato Mandel’stàm — classico è «ciò che ancora ha da essere». E ogni scuola, ogni istituzione, ogni persona deve farsi il proprio classico.
Una prospettiva, questa, che in un sol colpo fa giustizia del duplice pregiudizio e della duplice accusa: che i classici siano inutili e conservatori.

di Ivano Dionigi

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13 dicembre 2018

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