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Quale futuro per il Libano

· La crisi politica tra Hariri ed Hezbollah ·

La crisi di Governo in Libano rischia di avere pesanti conseguenze  in un momento delicatissimo per gli equilibri in Medio Oriente. Dopo le dimissioni dei ministri del movimento sciita Hezbollah, gli scenari che potrebbero aprirsi sono molto diversi. Saad Hariri, il leader della maggioranza del Fronte del 14 Marzo, sta cercando il sostegno della Turchia per aprire una possibile mediazione. Siria e Arabia Saudita lavorano a un compromesso. Sullo sfondo, resta lo spettro degli scontri scoppiati nel 2008, esito finale di una lunga crisi istituzionale e che cessarono solo grazie alla mediazione del Qatar.

È ancora presto per dire quali saranno gli sviluppi della crisi nel breve termine. Il quotidiano «L'Orient-Le Jour» descrive la situazione evocando un «sentimento di perplessità» e sottolineando la diversità delle posizioni degli attuali blocchi politici. Hezbollah non intende cedere di un passo sulle critiche al Tribunale speciale sul Libano, voluto dall'Onu per fare chiarezza sull'assassinio dell'ex premier Rafiq Hariri, ucciso a Beirut nel febbraio 2005. I giudici — secondo fonti di stampa — potrebbero incriminare alcuni esponenti del partito di Dio. Tuttavia, quest'ultimo respinge le accuse e critica pesantemente la validità dell'inchiesta. Hezbollah può contare sul sostegno dell'altro grande movimento sciita Amal, dei partiti del generale Michel Aoun e del leader druso Walid Jumblatt.

La strategia politica è al lavoro: nuovi equilibri si stanno componendo poco alla volta. Il capo del gruppo parlamentare di Hezbollah, Mohammad Raad, ha fatto capire a «L'Orient-Le Jour» che il partito sciita e i suoi alleati non proporranno il nome di Hariri nelle prossime consultazioni per la formazione del nuovo Esecutivo. Tuttavia, Raad non ha evocato altri possibili candidati. Giovedì, in serata, c'è stato un incontro tra Walid Jumblatt e il leader di Hezbollah, Hassan Nasrallah, reduce da un precedente colloquio con il presidente siriano, Bashir Al Assad, a Damasco. Abbas Hachem, deputato vicino al partito di Dio, ha fatto sapere che è in programma per domenica una riunione dei vertici per fare il punto della situazione e decidere il candidato alla poltrona di primo ministro.

Qualcosa si muove anche nel fronte della maggioranza. Boutros Harb, esponente del Fronte del 14 marzo (la coalizione che comprende, oltre al partito del premier «Al Mustaqbal», i gruppi sunniti, le Forze Libanesi e formazioni vicine alle Falangi), ha dichiarato che al più presto si terrà un vertice e che non ci sarà, in alcun caso, un nuovo Governo di unità nazionale simile al precedente, ovvero insieme ai partiti sciiti. Ancor più netta la posizione di Ghattas Khouri, consigliere di Hariri, secondo il quale tutte le voci su possibili altri candidati alla carica di premier sono da ritenersi soltanto intimidazioni prive di fondamento. Tornato a Beirut dopo un lungo viaggio negli Stati Uniti e in Europa, il leader della maggioranza si è detto comunque pronto al dialogo.

In una fase di tale complessità, ricevendo in visita il principe Alberto di Monaco, il presidente Sleiman ha sottolineato l'importanza di preservare l'unità nazionale. «Il futuro dipende dalla nostra capacità di cercare senza sosta i mezzi per rafforzare la coesione e di abituarci a privilegiare l'interesse della nazione, approfittando del prezioso sostegno dei Paesi amici del Libano» ha detto il presidente.

La diplomazia internazionale si sta ancora muovendo in ordine sparso, cercando di prendere le misure esatte del quadro politico. Dagli Stati Uniti e dall'Europa sono arrivati appelli alla calma. Più decisa la posizione nella Lega Araba, secondo la quale «solo un accordo a livello nazionale potrà salvare il Libano dal pericolo di una guerra civile». La Turchia sta cercando una mediazione, mantenendo — secondo fonti di stampa — contatti con tutte le principali forze politiche. Sarkozy avrebbe proposto ad Hariri la creazione di un gruppo di contatto internazionale per negoziare una soluzione dell'impasse. Il gruppo dovrebbe includere, fra gli altri, Siria, Francia, Stati Uniti, Qatar, Turchia e Arabia Saudita.

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