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Quale futuro
per l’Unione europea

· Il 23 giugno il referendum in Gran Bretagna ·

Come sarà l’Unione europea il 24 giugno? Dopo la sospensione della campagna referendaria per l’assassinio della deputata laburista Jo Cox, i sondaggi evidenziano un aumento dei britannici che vogliono rimanere in Europa. Sebbene la crisi abbia notevolmente eroso la convinzione che sia meglio far parte dell’Unione anziché esserne fuori, il dibattito di queste settimane è stato particolarmente acceso. Molti continuano a credere che un rapporto più stretto con il resto dell’Europa sia la risposta più logica alla globalizzazione, alla concorrenza dei Paesi emergenti, al terrorismo internazionale e ai cambiamenti climatici. Secondo altri, il nucleo dell’identità britannica è incompatibile con una maggiore integrazione con il resto dell’Unione.

I sostenitori della campagna Leave (“abbandonare”), capeggiata dall’ex sindaco di Londra Boris Johnson e dal parlamentare Michael Gove, ritengono che Bruxelles abbia troppo potere sui Paesi membri, compresa la Gran Bretagna, e che la sovranità nazionale trovi sempre meno spazio. La tensione tra sovranità e globalizzazione è poi evidente quando si parla di immigrazione. L’argomento principe dei sostenitori della Brexit riguarda i flussi senza controllo dei migranti in Europa, un problema che si aggrava con l’attuale crisi dei rifugiati. Secondo il rapporto divulgato il 13 giugno dall’osservatorio Migration Watch, nel prossimo ventennio il Regno Unito continuerà ad accogliere 250.000 immigrati all’anno, se non esce dall’Unione. Gli oppositori della Brexit ribattono a questa tesi sottolineando che il problema principale del Regno Unito è l’immigrazione illegale, fenomeno avvertito anche in quei Paesi che non fanno parte dell’Unione come la Norvegia e la Svizzera.

Senza alcun dubbio l’arrivo dei rifugiati ha aperto in seno all’Unione una crisi molto più profonda di quanto non si potesse immaginare. Tanto da diventare «la maggiore minaccia di rottura» dell’Unione stessa, secondo le parole del primo ministro francese Manuel Valls durante l’ultimo vertice sulla questione. Trovare una mediazione tra la gestione dei flussi migratori e, allo stesso tempo, il mantenimento del trattato di Schengen non è facile.Fino a quando la campagna referendaria si è concentrata su questioni economiche dai sondaggi è emersa favorita la tesi del Remain (“rimanere”). Ma da quando i sostenitori del Leave hanno focalizzato la loro campagna del tema dell’immigrazione, la Brexit ha raccolto consensi sempre maggiori.

Sul referendum riguardante la Brexit pesa anche un elemento di protesta e di frustrazione, come si è riscontrato anche in altre consultazioni nazionali in cui sono emerse molte formazioni euroscettiche. L’Ue è vista da tanti come un enorme centro burocratico, un castello sovranazionale di regole asettiche, che non dà risposte immediate ai bisogni dei cittadini. Un enorme mercato, insomma, in cui la politica e l’economia non si incontrano mai, ma viaggiano in parallelo.

Da quando, nel 1973, il Regno Unito è entrato a far parte dell’allora Comunità economica europea, i rapporti tra Londra e le altre capitali sono stati segnati dalla tendenza centrifuga britannica che ha portato il Regno Unito a non aderire né alla moneta unica né al trattato di Schengen.

Durante il Consiglio europeo di febbraio, il Governo di Londra è riuscito a ottenere condizioni particolari in caso di permanenza all’interno dell’Unione dopo il voto del 23 giugno: il Regno Unito non sarà tenuto a perseguire un’integrazione sempre più stretta e i lavoratori immigrati avranno trattamenti diversi in base alla nazionalità. Già questa, in qualche modo, è un’affermazione dell’euroscetticismo britannico.

di Silvina Pérez

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20 settembre 2019

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