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Quale futuro
per il Venezuela

· Le elezioni parlamentari in un Paese in profonda crisi ·

Diciannove milioni di venezuelani votano domani, domenica 6 dicembre, per rinnovare il Parlamento nazionale. Dopo 16 anni di chavismo, l’opposizione potrebbe conquistare il voto battendo il Governo di Nicolás Maduro che fatica a reggere i colpi di una profonda crisi economica, e che, secondo gli ultimi sondaggi, registra un distacco di circa 20 punti.

Il crollo del prezzo del greggio si fa sentire, la valuta locale — il bolivar — continua a perdere terreno e l’economia è in evidente difficoltà. In questo contesto, il Paese arriva al voto stretto tra iperinflazione e mercato nero del dollaro: le banche di investimento stimano per quest’anno l’aumento dei prezzi tra il 160 e il 185 per cento.

Sul piano politico il Venezuela è molto polarizzato. Maduro è stato eletto presidente nell’aprile 2013 con un margine ridotto, appena il 50,66 per cento dei voti contro il 49,07 del suo sfidante, con uno scarto di circa 235.000 schede. L’opposizione aspira alla conquista della cosiddetta maggioranza qualificata di 99 seggi, che consentirebbe un ricambio dei poteri pubblici e la riforma della costituzione per limitare il ruolo presidenziale. E il malessere sociale crescente potrebbe giocare a favore della coalizione anti-Maduro: «Sappiamo come combattere e vincere. Il Governo deve capire che difenderemo la vittoria», ha detto il portavoce del Tavolo dell’unità democratica (Mesa de la Unidad Democrática, Mud) Jesús Chúo Torrealba.

È un voto carico di tensione quello per eleggere i 167 deputati dell’Assemblea monocamerale controllata dal partito al potere da ormai 16 anni. Si temono disordini. Nel febbraio del 2014 le proteste contro il Governo hanno fatto registrare un bilancio di 43 morti e 800 feriti. Uno dei principali leader d’opposizione, l’ex candidato presidenziale Henrique Capriles, ha chiesto una transizione pacifica e avvertito i radicali dell’opposizione di non alimentare disordini. «Il Venezuela è una bomba pronta a esplodere» ha detto alla tv statale. Insieme ad altre figure d’opposizione, Capriles accusa il Governo di essere dietro le violenze registrate in campagna elettorale. «Ci sarà — spiega Luis Vicente León, presidente di Datanalisis, la più importante società di sondaggi venezuelana — un nuovo scenario politico e un nuovo equilibrio di poteri. Se l’opposizione vince ed è intelligente, tratterà per il cambiamento. Ma se prenderanno il controllo i radicali che vogliono solo liberarsi del presidente, perderanno un’occasione d’oro per le riforme».

La coalizione d’opposizione del Mud promette di cambiare il Paese dalla gestione economica, mentre Maduro giura che difenderà le conquiste sociali di questi anni e definisce gli oppositori “fantocci” dell’imperialismo statunitense. «Dicono di volere il cambiamento ma è un falso cambiamento. Noi abbiamo costruito un milione di case, loro neanche una» ha detto il presidente chiudendo la campagna elettorale a Caracas. «Sono pronto a fare molto di più per radicalizzare la rivoluzione della nostra economia e della produzione» ha scandito, indossando la sua divisa chavista con in mano la bandiera rosso, giallo e blu del Paese.

Intanto i 30 milioni di venezuelani sperano davvero in un rilancio dell’economia. Le famiglie faticano a reperire generi di prima necessità, come farina e medicine. Persino il caffè, bevanda nazionale per eccellenza, è diventato un prodotto di lusso. Per la prima volta nella storia, l’import di caffè supererà la produzione interna. Il ministero dell’Agricoltura stima infatti in oltre 1,3 milioni di sacchi la domanda interna per quest’anno, a fronte di una produzione di appena 660.000 sacchi.

Uno dei più grandi problemi del Venezuela è non aver diversificato la propria economia negli ultimi 15 anni. Questa dipende fortemente dalle rendite petrolifere, responsabili del 25 per cento del pil e del 96 dell’export. Ora che il prezzo del petrolio è calato e la produzione diminuita, Caracas non ha denaro per finanziare la spesa sociale e sussidi statali a interi settori produttivi locali. Si prevede un calo pil del 10 per cento quest’anno mentre l’inflazione dovrebbe attestarsi secondo il Governo al di sopra dell’85 per cento. Il presidente Maduro dovrà cercare anche un cambio di rotta nei rapporti con gli avversari politici. Caracas rischia un isolamento all’interno della stessa America Latina. Il neo-eletto presidente argentino, Mauricio Macri, ha confermato espressamente che chiederà l’espulsione del Venezuela dal Mercosur, l’area di libero scambio sudamericana. E lo stesso Brasile di Dilma Rousseff, finora alleata di Maduro, ha fatto appello perché cessino le violenze. In generale, un po' tutti gli altri leader latinoamericani guardano con preoccupazione la deriva che sta prendendo il Venezuela, che rischia di stravolgere la sua fisionomia istituzionale.

La continuità del chavismo senza Chávez sembra dunque la sfida politica di questa tornata elettorale, lo sviluppo sociale senza petrolio invece è quella economica. Secondo quanto riportato dalla stampa locale, per la società di ricerca e consulenza Latinvest Group Holding il Paese ha perso oltre 7,3 miliardi di dollari delle sue riserve straniere in soli 3 mesi: si sono ridotte a 16,9 miliardi. Un livello che non si vedeva dal 2003, quando il prezzo del petrolio era intorno ai 20 dollari al barile, mentre oggi il greggio viaggia a ridosso dei 40 dollari.

Intanto il Paese ha ricevuto nello scorso mese di marzo un prestito da 10 miliardi di dollari dalla Cina, ma le prospettive per il futuro restano negative. Lo Stato è riuscito a coprire il deficit di bilancio con misure emergenziali ricorrendo alla stampa di moneta che per il momento ha sì salvato il Paese dalla bancarotta, ma ha contribuito anche a lanciare l’inflazione a livelli molto alti colpendo stipendi e rendendo sempre più difficile la vita quotidiana dei cittadini.

di Silvina Pérez 

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23 ottobre 2019

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