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​Qualcuno pensava al futuro

· ​L’editrice Vita e Pensiero compie un secolo ·

Nel gennaio 1918, quando negli uffici di Corso Venezia a Milano prende vita la casa editrice Vita e Pensiero, si aggiunge un nuovo tassello al progetto di padre Agostino Gemelli di realizzazione di una università cattolica in Italia. Progetto a lungo meditato e coltivato dal cattolicesimo sociale fin dalla fine dell’Ottocento, a opera soprattutto dell’esponente bresciano Giuseppe Tovini, beatificato nel 1998 da Giovanni Paolo II.

L’editrice che preannuncia la nascita dell’ateneo che prenderà vita tre anni più tardi, si innesta su un’altra basilare radice culturale nata dalla feconda immaginazione del frate francescano, la rivista «Vita e Pensiero», nata nel 1914. In poco meno di un decennio, dunque, quasi per germinazioni progressive, il progetto si dipana, si realizza e si radica. Rivista, editrice e università devono essere viste come un quadro omogeneo e, stante il carattere granitico di Gemelli, come un sistema vero e proprio che trova un posto speciale dentro la cultura italiana del primo Novecento.

Particolare del disegno che accompagna le celebrazioni per il centenario dell’editore milanese

Cultura militante, per un verso, che nella rivista e nell’editrice ha gli strumenti essenziali, e cultura pervasiva e conformante, che nelle aule dell’università coltiva un progetto di formazione intellettuale capace di offrire al paese, sconquassato dalla guerra e sovvertito dalle manifestazioni esuberanti della modernità, un’alternativa significativamente cattolica.

Che il tema dell’università e degli strumenti adeguati alla partecipazione dei cattolici al dibattito culturale più alto e qualificato fosse un’urgenza storica, lo dimostra il proliferare, in questo primo quarto di secolo, di esperienze altrettanto significative in campo cattolico: dalla Morcelliana di Brescia (1925) che genererà un ventennio più tardi la rivista «Humanitas» e dall’editrice Studium di Roma (1927) con la sua omonima rivista, in cui è presente e attiva la mano di un altro sacerdote e intellettuale preoccupato di ridurre il gap culturale dei cattolici italiani e di trarre dall’insignificanza il pensiero solido cristianamente ispirato: Giovanni Battista Montini.

Montini e Gemelli: due generazioni e due spiriti affatto diversi, con due visioni del rapporto tra cultura cattolica e modernità assai differenti. E tuttavia in entrambi, con i linguaggi propri delle rispettive personalità, è dato per acquisito il rapporto, critico e costruttivo, con la modernità.

Che si tratti del ruggito “medievalista” gemelliano o dell’articolato e complesso linguaggio montiniano, il mondo, categoria e realtà storica, non fa più paura, è un interlocutore degno di essere preso in considerazione e affrontato. E l’università, con i suoi strumenti di comunicazione, è l’arengo in cui tale confronto si gioca e può trovare ragioni per un esito favorevole.

Il sistema gemelliano che si è sviluppato per tappe cronologiche (1914, la rivista, 1918, l’editrice e 1921, l’università), nella strategia del magnifico rettore, si capovolge. Il luogo, il libro e l’agorà culturale divengono sostanziali di un progetto che, almeno per buona parte del Novecento, assume caratteristiche ricostruttive. Si tratta insomma da una parte di prendere atto criticamente della realtà storica in cui si è chiamati a operare e dall’altra di mettere in campo ogni sforzo creativo per gettare le basi di un reale cambiamento. La strategia gemelliana può sintetizzarsi nello sforzo di costruzione di una classe dirigente cattolica capace di occupare nella società ruoli significativi, e da lì orientarla cristianamente.

Dalla scuola alla politica, dalla scienza all’economia: ogni ambito dell’esperienza umana può essere riportato all’originaria potestà di Cristo.

Certo, il progetto gemelliano ha tutte le caratteristiche del suo padre fondatore e talvolta — si veda ad esempio il rapporto con il fascismo che è stato oggetto di tanti e talvolta polemici contributi sulla figura di Gemelli — il rapporto tra fini e mezzi appare, a una lettura superficiale, sfocato. Ma non v’è dubbio che anche dentro un’apparente accettazione della realtà storica corrente, vi è, nelle aule attigue a Sant’Ambrogio e nelle redazioni dell’editrice e della rivista, uno sguardo prospettico che getta ponti sul futuro.

Tesi e ipotesi: in questo Gemelli con le sue creature appare generazionalmente lontano da Giovanni Battista Montini che pure avrebbe voluto con sé a Milano alla guida spirituale dell'ateneo. Ma i due appartengono a storie radicalmente diverse. Se per il primo la modernità è un polo sopportabile in attesa della riconquista e della restaurazione — per usare le parole di Giorgio Rumi, che meglio ha studiato e compreso lo spirito gemelliano — «di una presenza, di un’espansione e di un’egemonia culturale cattolica», per il secondo la modernità costituisce un misterioso e irreversibile, e dunque drammatico, sovvertimento antropologico che pone domande nuove e inedite alla cultura cattolica e alla Chiesa stessa.

Per entrambi, tuttavia si pone come decisivo, il problema della conoscenza. Non vi può essere insomma alcun vuoto culturale in campo cattolico, innanzitutto sulle questioni più spinose. Non è un caso che il primo volume pubblicato dalla nuova società editrice, sia il Carlo Marx di Francesco Olgiati.

Il 1918 è anno cruciale per l’Italia e per l’Europa. È l’anno della fine del primo tremendo conflitto mondiale e insieme, forse, l’anno che davvero segna l’uscita dell’umanità dal mondo antico. La casa editrice diviene luogo di elaborazione strategica. E il prodotto finale prende forma: l’università, affidata al Sacro cuore di Gesù. All’editrice, nel frattempo, afferiscono tutte le riviste di matrice gemelliana e il nome stesso, mutuato dalla rivista seme di tutto, dice di un progetto di ricomposizione. Fede e cultura, umanesimo e scienza, spirito e materia: in una parola, appunto, vita e pensiero, nel senso più alto e ampio, in cui esperienza e speculazione possono alimentarsi reciprocamente dando vita a una nuova civiltà dell’umano.

La storia dell’editrice diviene così sostanzialmente associata alla storia dell’università e il percorso attraverso i libri da essa pubblicati, racconta delle tante e, talvolta non prive di problematicità, stagioni della costruzione gemelliana, che almeno per un lungo tratto della sua storia, deve essere intesa come un corpus organico, in cui ogni realizzazione ha un compito preciso e insieme funzionale al tutto.

Così, se non poche sono state le fasi problematiche che il sistema gemelliano ha vissuto, dalle relazioni con il fascismo alla partecipazione attiva all’elaborazione di un sistema economico di matrice corporativa, dalla contestazione alla complessità del mondo post-moderno, fino all’ipercontemporaneità, dalla lettura seppur superficiale del catalogo di Vita e Pensiero appare chiaro il tentativo di comprendere il mondo nelle sue dinamiche, senza pregiudizi, senza reticenze, senza paure.

Certo, oggi appare anacronistico l’impegno di padre Gemelli di restaurare omnia in Christo, almeno sul piano degli strumenti e delle strategie. Così, se padre Agostino, al secolo Edoardo, appare pienamente “uomo del suo tempo” e la sua visione di cattolicità attiene — per dirla ancora con Giorgio Rumi — all’immagine di un’isola, di una cittadella o di una roccaforte, essa tuttavia si propone come «la chiave più efficace per capire questa singolare modernità che non implica, di per sé, un giudizio positivo o negativo, ma che comporta conformità, inserimento, adattamento, accettazione del tempo».

Tale strategia ha comportato dei prezzi da pagare, continui adattamenti tattici per la salvezza delle proprie opere, apparenti collusioni con un tempo talvolta controverso. Tuttavia — ed è questo forse il lascito più grande dell’esperienza gemelliana e dei tantissimi uomini e donne che hanno pensato e vissuto, scritto e insegnato a generazioni di studenti — il proprio tempo non è mai stato un assoluto. In esso, anche nei momenti più oscuri, qualcuno pensava al futuro, salvaguardava quel seme di libertà essenziale non solo per costruire, ma soprattutto per navigare nel mare immenso della complessità.

di Giacomo Scanzi

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20 ottobre 2019

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