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Qualcuno che osi

· ​Le donne nella Chiesa ·

Dov’è stata finora Lucetta Scaraffia, mi sono chiesto dopo aver letto questo breve ma imprescindibile saggio di sociologia ecclesiale. E ancora: dove sono le Lucetta Scaraffia della Chiesa? Esistono veramente? Ci sono ma tacciono?

«Processione di Sante Vergini»  (Basilica di Sant’Apollinare Nuovo, Ravenna v-vi secolo)

Devo confessare che mi è capitato raramente di leggere pagine che riflettono in modo così eloquente — palpitante, direi — un amore tanto doloroso per la Chiesa. Dolore perché la sua autrice si rammarica, con notevole lucidità, di una stupidità mantenuta con allucinante impunità dalla gerarchia ecclesiastica: quella di una demenziale e incomprensibile ignoranza della storia, delle cui lezioni si è olimpicamente arrivati a prescindere. Di fronte al dogmatismo e alla chiusura dell’istituzione ecclesiale, chiunque non avesse fede nello Spirito cederebbe e si arrenderebbe. Non così Lucetta Scaraffia. Proprio per questo parlo dell’amore che il testo lascia trasparire. Perché il filo rosso che guida ogni suo capitolo è il desiderio che la Chiesa si faccia carico, una volta per tutte, di una situazione grave. Scaraffia, partendo dalla storia, fa vedere — con semplicità e al tempo stesso con chiarezza — che noi cristiani abbiamo un patrimonio spirituale così rispettabile (anzi così bello, così degno, così necessario...) che, a certe condizioni, va riproposto alla nostra generazione.
Il testo inizia con un’immagine molto bella e che dà il titolo all’opera: quella dell’ultimo banco che l’autrice ha occupato nell’assemblea ordinaria del sinodo dei vescovi che si è tenuta in Vaticano nell’ottobre 2015 e a cui è stata invitata come uditrice. Le sue riflessioni, a mio parere piene non solo di credibilità, ma anche di una vivacità non comune nei discorsi che affrontano la teologia o la religione, nascono da questo emblematico luogo. Ebbene, dall’ultimo banco, simbolo del posto che la donna occupa nella Chiesa, l’autrice critica con perspicacia i difensori dei valori, molto più responsabili di quanto non immaginino della perdita di Dio nel mondo contemporaneo; da lì si rammarica del patetico vincolo tra teologia e potere, che impedisce il vero pensiero; da lì, infine, postula fino a che punto l’ateismo moderno non è tanto la negazione di Dio quanto l’indifferenza assoluta dinanzi a lui. Per una chiusura autoreferenziale, osserva Scaraffia, i cattolici non si sono preoccupati né di Lévi-Strauss (uno dei tre o quattro nomi più importanti dello scorso secolo) né del suo opposto, René Girard. Questa ignoranza è stata fatale: chiusa nel mondo filosofico-teologico proprio del medioevo, la Chiesa cattolica non si è resa conto — ed è questa l’accusa principale — che la vita era ed è altrove.

Copertina dell’edizione spagnola del volume

Il tono profetico e al tempo stesso sensato, irrefutabile nella maggior parte dei casi, raggiunge il suo massimo splendore quando l’autrice affronta il concetto di famiglia, principale tema di dibattito del sinodo. Fino a che punto non è un prodotto storico, si chiede e, soprattutto, perché la Chiesa ritiene che, se accettasse questo, l’istituzione familiare perderebbe tutta la sua forza normativa? La sessualità è un altro esempio di ciò, forse il più evidente... Fino a quando la Chiesa continuerà a restare sorda alla rivoluzione sessuale e al movimento femminista?
Devo dire che ho avuto il privilegio di conoscere personalmente l’autrice nell’assemblea plenaria del Pontificio Consiglio della cultura, al quale ho l’onore di appartenere e alla quale era stata invitata, quella volta come relatrice, nel febbraio 2015. Già allora aveva dichiarato, e in questo libro approfondisce il tema, che la questione femminile non è mai stata affrontata veramente dalla Chiesa, che la Chiesa continua a essere in occidente l’unica istituzione che relega le donne a ruoli marginali o subordinati. E, fatto ancor più curioso, si mantiene questa esclusione e al tempo stesso si esalta il genio femminile e lo si invoca come antidoto per una vera trasformazione.
«L’emancipazione delle donne nella Chiesa — scrive Scaraffia sorprendendo i suoi lettori — può, anzi, deve realizzarsi senza passare per il sacerdozio». E poco dopo: «Nel mondo femminista cattolico è prevalsa un’acritica imitazione dell’ideologia femminista dominante». E ancora: «La storiografia femminista ha reso evidente (nel cristianesimo) un protagonismo femminile che non conosce similitudini nelle altre religioni». Bastano queste tre affermazioni come prova dell’atteggiamento dell’autrice, che chiaramente non è una donna conservatrice, ma neppure una delle tante progressiste, ma esula da queste categorie, trae semplicemente conclusioni dalla storia e propone fedeltà alla tradizione. Come pensatrice, ossia come persona priva di disciplina di partito, e come storica, ossia fedele ai fatti riportati nei documenti, Scaraffia si domanda e ci domanda com’è che nessuno trae conclusioni dalle evidenze. Devo dire che questo atteggiamento fuori dagli schemi, estraneo a ogni quadro convenzionale e segno inequivocabile di autenticità, suscita la mia simpatia.
Nessuna delle questioni teologiche affrontate in questo saggio è chiusa; anzi, tutte chiedono di essere rilette affinché la fede sia autenticamente incarnata. Perché ciò sia possibile e perché i vecchi concetti e modelli non generino immobilismo o addirittura oppressione, bisogna però guardare al passato senza pregiudizi né ansia di giustificazione, con onestà intellettuale e — se ancora possibile — con purezza di cuore. Nonostante il drammatico bilancio che risulta da un’analisi della nostra gerarchia ecclesiastica (una Chiesa senza storia, senza donne, senza sesso, senza futuro...), per Scaraffia — e io condivido la sua visione — ancora è possibile costruire la comunità dei seguaci di Gesù. Ma — ed è necessario che concluda il mio prologo con questa domanda — ci sarà qualcuno nella Chiesa che oserà raccogliere questa scomoda testimonianza?

di Pablo d’Ors

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07 dicembre 2019

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