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Qualcuno ascolti la voce dei popoli indigeni

· La proroga del Protocollo di Kyoto obiettivo minimo a Durban ·

Nessuno conosce l’ambiente e il territorio più dei popoli indigeni. Negli habitat vicini al polo Nord, per esempio, sono le popolazioni a segnalare la diminuzione dello strato di ghiaccio, o le estati più lunghe. Così come i popoli dell’Amazzonia sono le principali sentinelle nella battaglia contro la deforestazione. All’apertura della Conferenza mondiale di aggiornamento della Convenzione quadro della Nazioni Unite sui cambiamenti climatici (Unfccc), in corso da ieri a Durban, in Sud Africa, diverse voci hanno chiesto di tenere in considerazione questo patrimonio di esperienza. Anche perché proprio i popoli indigeni, sebbene siano quelli che provocano meno danni ecologici, sono i più vulnerabili ai cambiamenti climatici, oltre che all’impatto degli interventi sull’ambiente, come le coltivazioni destinate ai biocarburanti e le dighe idroelettriche.

A Durban ci sono delegazioni di 190 Paesi e organizzazioni di tutto il mondo. L’obiettivo è rinnovare il Protocollo di Kyoto, l’unico trattato internazionale vincolante per ridurre l’emissioni inquinanti, la cui prima fase si concluderà alla fine del 2012, al quale non aderiscono, tra gli altri, Stati Uniti e Cina, responsabili di circa la metà delle emissioni. L’Unione europea ha già fatto sapere di puntare almeno ad una proroga del Protocollo, ma le divisioni restano profonde. Così come molti osservatori vedono nella crisi economica e finanziaria globale un motivo o un pretesto delle difficoltà poste contro l’istituzione entro il 2020 di un fondo per il clima da cento miliardi di dollari l’anno per aiutare i Paesi più poveri a riconvertire le loro economie. «Trovare una via praticabile per andare avanti in una situazione così complessa è la questione da definire in questa conferenza», ha sottolineato la responsabile delle Nazioni Unite per il clima, Christiana Figueres.

I Paesi più industrializzati stanno facendo blocco per ottenere la revisione delle quote di emissioni da tagliare dopo il 2012, cercando di allargare la responsabilità ai Paesi emergenti come Cina, India, Brasile o Sud Africa. Questi non intendono invece ridurre le loro emissioni e modificare il modello di sviluppo industriale almeno fino al 2020. Se fallirà il rinnovo del Protocollo di Kyoto — anche attraverso le opzioni minimali del prolungamento oppure di un regime transitorio fino al 2020 — gli sforzi per rallentare i cambiamenti climatici dipenderanno nell’immediato futuro dalle azioni volontarie messe in campo dai singoli Paesi.

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14 ottobre 2019

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