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Quadrighe a tempo di rock

· Una riuscita miscela di antico e postmoderno nel musical «Ben-Hur Live» che è arrivato a Roma ·

«Bello. Bellissimo direi, se non fosse per tutto questo latino maccheronico; ma dove li sono andati a pescare tutti questi suoni gutturali?»; «Le scene di combattimento — concorda il vicino — sono davvero spettacolari, ma perché creare una lingua a metà tra Quo Vadis e Sturmtruppen ?»; il dialogo, di cui riportiamo solo uno stralcio, si è svolto, tra un applauso e l’altro, al termine della prima romana del musical Ben-Hur Live , in cui gli attori recitano e cantano in lingua originale (latino, ebraico, arabo), e una voce narrante — Luca Ward, nel caso dello spettacolo italiano — traduce dall’inglese i sottotitoli in sovrimpressione.

Quello che i due spettatori seduti sugli spalti del padiglione 13 della Nuova Fiera di Roma hanno percepito come un latino «sbagliato» è in realtà il suono della pronuntiatio restituta , molto diffusa nel mondo anglosassone, pochissimo in Italia, quella per cui, per intendersi, in Caesar il dittongo si legge come si scrive, ecce suona ekke e victoria viene letto come uictoria . Una scelta opinabile, ma che nel caso del kolossal-live che ricalca il romanzo di Lew Wallace e, soprattutto, il celeberrimo film del 1959 di William Wyler con Charlton Heston e Steven Boyd, ha un’indubbia efficacia scenica, conferendo ai dialoghi un suono duro, secco e aggressivo che ben si accorda all’ambiente violento e «marziale» che vuole descrivere.

Ad aver infastidito i due spettatori del debutto romano è l’involontario effetto-parodia di una lingua in cui «c» e «g» non sono mai dolci. Ma la vera notizia è un’altra: se tra il pubblico di un musical, curatissimo e sofisticato, ma pur sempre destinato a una fruizione nazionalpopolare, c’è ancora questa diffusa sensibilità fonetica a percepire le differenze tra giusto e sbagliato significa che la lingua di Cicerone è viva, sta bene e vive ancora tra noi, per parafrasare il titolo di un altro celebre musical, Jacques Brel is Alive and Well and Living in Paris .

Ben-Hur Live , inoltre, conferma che Mel Gibson ha fatto scuola, e recuperare le sonorità delle lingue originali è ormai sentito come parte integrante dello spettacolo. In molti si ricorderanno la dolcezza delle frasi in aramaico pronunciate da Gesù nel film The Passion , mentre nell’imponente macchina scenica diretta da Philip McKinley — approdata a Roma dopo due anni di repliche in tutto il mondo — le consonanti della lingua ebraica rendono struggente il canto di Ester, che ricorda il puer virgiliano e prefigura l’avvento del Regno di Dio: Men heska gabar nafeq («Avanza un uomo dalle tenebre — si legge nella traduzione italiana — un uomo inatteso / che porta luce e calore / E fa ballare il mio cuore / svelando il mondo / Cosa devo fare? / Trattenermi e avere paura? / O lasciare che i nostri piedi danzino insieme / al ritmo dei nostri cuori?»).

«La storia di Giuda Ben-Hur si svolge sia a Roma che nell’antica Palestina — spiega Stewart Copeland, l’ex batterista dei Police prestato a Hollywood, arruolato anche per questo spettacolo dal produttore Franz Abraham — e contiene scene importanti ambientate a Gerusalemme, così ho avuto l’opportunità di riaccendere i ritmi e le armonie che hanno accompagnato la mia infanzia in Egitto e in Libano». Copeland infatti — nato ad Alexandria, in Virginia — ha passato l’infanzia e l’adolescenza in Medio Oriente, studiando con i migliori musicisti di Beirut.

«Questo progetto — continua Copeland — mi ha permesso di coniugare il mio amore per lo spettacolo con il mondo della musica orientale, un contesto orchestrale operistico, percussioni antiche e moderne e unire tutto alla parte più selvaggia della musica rock, il death metal , per ottenere un mix piccante di sound multidimensionale». Non è una decorazione accessoria o un vezzo gratuito il «metallo pesante» di cui parla il compositore, ma un espediente semplice ed efficace per dare un tocco di oscurità inquietante alla colonna sonora, esprimendo tutta la soffocante oppressione di un regime totalitario teso a schiacciare e omologare ogni traccia di vita classificata come pericolosa.

In questo, l’impero romano descritto da McKinley assomiglia più al regno di lord Darth Fener di Guerre Stellari che alla Roma felix celebrata dai letterati, ma si tratta di una licenza poetica che, in fin dei conti, non stona nel contesto dark dello spettacolo. L’azione infatti, come si legge nel programma distribuito in sala, si svolge «in un Circo Massimo dell’era moderna, con quattrocento attori e cento animali in scena, che riescono a coniugare il ritmo di un musical di Broadway e la potenza di un concerto rock, la passione della tragedia greca e l’opulenza visiva di un blockbuster hollywoodiano».

E davvero Ben-Hur Live è una strana miscela di antico e postmoderno, filologia classica e rock duro, acrobazie circensi e videoarte, corsa delle quadrighe (con cavalli veri) e scheletri di navi che sembrano disegnati in autocad. Uno show in cui l’antica arte della falconeria trova una nuova giovinezza grazie al tecnico luci. Tutto è tradizionale e contemporaneo al tempo stesso: come se un cantastorie invece di accompagnare gli spettatori lungo le tappe di una storia raccontata srotolando i suoi teli dipinti, sfogliasse davanti a loro un gigantesco iPad.

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18 settembre 2019

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