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Putin, Erdoğan
e la grande Eurasia

· La posta in gioco nell’incontro di San Pietroburgo ·

«Noi tutti vogliamo riprendere il dialogo». Con queste parole il presidente russo, Vladimir Putin, ha accolto oggi a San Pietroburgo il capo dello Stato turco, Recep Tayyip Erdoğan. Un incontro di fondamentale importanza per capire i futuri equilibri dello scacchiere internazionale, con il Governo di Ankara che, reduce dal golpe fallito del 15 luglio, guarda verso il Cremlino in vista della nascita di un nuovo asse strategico, alternativo all’Unione europea e alla Nato.
«Oggi c’è la possibilità di discutere della ripresa delle relazioni economiche e di cooperazione nella lotta al terrorismo» ha detto Putin, confermando il sostegno al Governo turco contro i golpisti. Sulla stessa linea Erdoğan, secondo il quale le relazioni tra Russia e Turchia «entreranno in una nuova fase» e la «solidarietà» tra i due Paesi «contribuirà a risolvere i problemi nella regione».

Alla vigilia del colloquio, Erdoğan aveva parlato senza remore di «una nuova pagina nelle relazioni bilaterali», nonostante le posizioni opposte sul leadership siriana, e soprattutto dopo l’incidente dello scorso 24 novembre, quando un jet russo venne abbattuto in territorio turco, al confine con la Siria. Il fatto provocò tensioni inedite e pericolose, con Putin che non esitò addirittura ad accusare Erdoğan di commerciare petrolio con i jihadisti dello Stato islamico (Is).
Tuttavia, dopo la lettera di scuse del presidente turco a quello russo e la telefonata di sostegno di quest’ultimo all’indomani del golpe, oggi lo scenario è completamente diverso. Propio dopo il fallito colpo di Stato Erdoğan è entrato in rotta di collisione con l’Europa, che più volte ha criticato il comportamento di Ankara nei confronti dei golpisti e della rete dei presunti collaboratori dell’imam Fethullah Gülen. Attriti che il presidente turco non ha per nulla negato, come dimostrano recenti dichiarazioni. C’è poi il dossier immigrazione a complicare le cose: l’accordo con Bruxelles sembra vacillare e più volte, da entrambe le parti, ne è stata chiesta la sospensione.
Ma in realtà, la ragione per cui Erdoğan guarda al Cremlino non è semplicemente la volontà di prendere le distanze da Bruxelles e dalla Nato. Sul piatto c’è ben altro. In primis, c’è la volontà di creare un nuovo asse strategico che possa influenzare non solo tutta la regione del Caspio, compreso l’Iran, ma anche il Vicino e Medio oriente. Grazie al sostegno di Putin, Erdoğan potrebbe avere peso nei colloqui a Ginevra e in una futura gestione della transizione siriana.
Ma anche qui, la partita è molto delicata. Mosca vuole che il presidente siriano Assad resti al potere, opzione invisa all’Amministrazione Obama. Ankara, da sempre avversa alla leadership di Damasco, sarebbe pronta a far restare Assad in cambio di alcune condizioni chiave, tra le quali la fine del sostegno russo ai curdi dell’Ypg (Unità di Protezione popolare, considerate dai turchi formazioni terroristiche) e quindi l’opposizione alla formazione di una regione autonoma curda in territorio siriano.

Nella visione di Putin, l’alleanza con la Turchia di Erdoğan ha un ruolo essenziale. Dopo la Crimea e le tensioni in Siria, il leader del Cremlino combatte per far uscire la Russia dall’isolamento, proiettandola verso una nuova dimensione internazionale. È il progetto che molti analisti chiamano da tempo “la grande Eurasia”, e cioè il rafforzamento delle relazioni tra i Paesi del Caspio in alternativa allo strapotere statunitense e alla corsa economica cinese. Non è un caso che l’incontro con Erdoğan avvenga a poche ore di distanza dal primo vertice tra Russia, Iran e Azerbaijan, svoltosi a Baku, dove sono stati siglati accordi commerciali.

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