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Purificazione
e aspirazione
alla perfezione

· In una mostra a Torino il rapporto fra acqua, islam e arte ·

Simbolo di vita e purezza, elemento primordiale della natura capace anche di distruzione, enigmatica nella sua assenza di colore, sapore e odore, non c’è religione che non abbia un rapporto speciale con l’acqua. Da quelle monoteiste, come il cristianesimo con il battesimo, a quelle politeiste, come nell’induismo dove alcuni fiumi sono la meta verso cui andare a morire, l’uomo identifica nell’acqua quanto ci sia di più vicino alla perfezione di Dio.

Non fa eccezione la fede islamica. Ed è proprio a questo legame particolare che è dedicata la mostra Goccia a goccia dal cielo cade la vita. Acqua, islam e arte, in corso al Museo d’arte orientale (Mao) di Torino (fino al 1° settembre).

Mihrab

Curata da Alessandro Vanoli con Ilaria Bellucci e Giovanni Curatola, l’esposizione indaga il rapporto tra acqua e islam attraverso il mondo dell’arte, in una prospettiva privilegiata che raccoglie oltre centoventi reperti tra vasi, tappeti, miniature, manoscritti. Presenti anche il rivestimento in legno dipinto del mihrab, la nicchia e che in moschea indica la qibla, cioè la direzione della Mecca, realizzato in Turchia e datato 1738, e il catino da barbiere di manifattura veneta, del XVIII secolo, in maiolica policroma e invetriata.

Una varietà di suppellettili che è anche vastità geografica, tanto quanto le terre che nei secoli sono state interessate dalla religione islamica, una mappa che andava al di là delle popolazioni di lingua araba e che si estendeva in un confine immaginario — fatto d’acqua, appunto — compreso tra l’Atlantico e l’Oceano indiano.

Suddivisa in quattro aree tematiche (Religione, Hamman, Convivialità, Giardino), la mostra svela il ruolo dell’acqua che scandisce la vita quotidiana del musulmano, a cominciare dalle abluzioni. È questo l’elemento purificatore, grazie al quale il fedele può accostarsi a Dio attraverso la preghiera, ripetuta cinque volte al giorno. L’acqua ricorre in maniera assolutamente assidua e fa riflettere se si pensa alla regione desertica che è la Penisola arabica dove vide la luce la religione islamica.

Se per pregare non può mancare, è con la sua privazione che si compie il digiuno osservato durante il mese di Ramadan. Dall’alba al tramonto è il non bere, più che il non mangiare, il gesto considerato il vero sacrificio da offrire a Dio, la rinuncia che più di ogni altra mette a dura prova anche il fisico. L’assenza dell’acqua, paradossalmente, ne sottolinea la necessità, l’importanza necessaria per vivere.

Anche nel pellegrinaggio alla Mecca riveste un ruolo determinante. Che sia l’umra (il piccolo pellegrinaggio che si può compiere in ogni periodo dell’anno) o l’hajj (il grande pellegrinaggio da compiere almeno una volta nella vita nel periodo stabilito dal mese di Dhul-Hijjah, quest’anno coincidente dal 9 al 14 agosto), l’acqua è presente nella fonte Zamzam, non lontano dal luogo più sacro per l’islam, la kaaba all’interno della Grande moschea della Mecca. Tra i riti sia dell’umra sia dell’hajj c’è il percorso tra le collinette di Safa e Marwa, da ripetere per sette volte, in ricordo della disperata ricerca dell’acqua che Agar, moglie di Abramo, compì per portare refrigerio al piccolo figlio Ismaele. Soltanto l’intercessione di Dio, attraverso l’arcangelo Gabriele, fece sì che in quel punto si creò la fonte Zamzam.

In tre dei cinque pilastri fondamentali dell’islam (preghiera, digiuno nel mese di Ramadan e grande pellegrinaggio hajj) l’acqua è elemento costante e determinante. Indirettamente lo è anche nella zakat, l’elemosina obbligatoria, altro pilastro fondamentale. La donazione legalizzata di una quota delle proprie ricchezze viene considerata un’azione di purificazione al pari di quanto avviene con l’acqua per la preghiera. Non solo, ma è molto frequente che la zakat sia destinata alla realizzazione di infrastrutture idriche così come all’equa redistribuzione dell’acqua tra le fasce più bisognose della società.

La mostra torinese si sofferma anche sull’aspetto grafico della parola “acqua” nella lingua araba: mā’, ricordando come il suo sia breve, essenziale, semplice da ricordare, ripetuto nel Corano 63 volte. La stessa calligrafia araba, ondeggiante e allungata, rimanda al movimento costante dell’acqua.

Il punto più alto di questo rapporto speciale lo si raggiunge nella descrizione, fatta nel Corano, del Paradiso (Jannah, in arabo): l’acqua è l’elemento su cui poggia il trono di Dio. E il Paradiso, raffigurato come un giardino, è irrorato di vita proprio grazie alle acque dei fiumi che lo attraversano. Trasposto sulla vita terrena, si spiega la maniacale attenzione nella religione islamica per i giardini, vero prodigio della natura se si pensa al deserto arabico. Che sia l’Alhambra a Granada, nell’allora Al Andalus, oppure il Topkapi, la reggia del sultano turco-ottomano a Istanbul, poiché il giardino è rappresentazione del Paradiso non possono mancare canali e fontane, in un interminabile ciclo che rende rigogliosi alberi e piante, fiori e frutti.

L’acqua è anche un lusso nei fastosi palazzi così come nell’architettura urbana destinata alla popolazione e trova la sua massima espressione nell’hammam, sempre presente, con nomi diversi, nella tradizione di tutti i popoli di fede islamica. Con accesso privato oppure pubblico, il bagno, grazie alle diverse temperature, purifica e tonifica il corpo ed è il perfetto esempio dell’azione spirituale e terrena dell’acqua.

di Simona Verrazzo

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20 novembre 2019

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