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​Punto raso e imparaticci

· ​Otto secoli di ricami in mostra a Torino ·

Il segno che fa la differenza, che dà ritmo alla semplicità della superficie, capace di rendere unici e preziosi oggetti di uso quotidiano: se i tessuti accompagnano il genere umano da millenni, altrettanto fa il ricamo. A quest’arte, presente nelle culture di ogni parte del mondo, è dedicata la mostra Lino, lana, seta, oro: otto secoli di ricami, in corso a Palazzo Madama di Torino fino al 16 novembre.

«Parabola delle dieci vergini»

La parola ricamo deriva dall’arabo raqam, che significa segno: il ricamo è il segno sulla superficie del tessuto, un segno che con il passare del tempo si è affinato, spinto dalle più diverse sperimentazioni, rivisitazioni che hanno dato vita a veri e propri capolavori. Il lino, la lana e soprattutto la seta sono stati, e sono tutt’ora, la materia prima a cui abbinare colori e non solo: tra tutti gli accostamenti spicca quello con l’oro, simbolo di ricchezza materiale e spirituale.
L’evento torinese è l’occasione per scoprire un mondo soltanto all’apparenza frivolo, poiché il significato di un ricamo indica un’appartenenza geografica, sociale e religiosa.
È quindi, questa, un’esposizione che abbraccia opere che vanno dal cappuccio di piviale della fine del xiii secolo all’inizio del XIV(il pezzo più antico) all’abito dell’atelier di Grasso disegnato da Gianfranco Ferré nel 2002, una lunga tunica baiadèra in georgette di seta decorata nella sua interezza con cristalli e canotti glie, arrivato a Palazzo Madama in prestito dalla Fondazione Ferré.
In mezzo c’è la storia di quella che, a ragion veduta, viene definita arte e che mescola precisione e creatività, ma prima ancora dedizione.
Parlando di ricamo il pensiero va ad aggettivi diametralmente opposti: può essere semplice come quello sul lino bianco tipico dei monasteri svizzero-tedeschi oppure sfarzoso come lo è il guanto in mostra, del 1600. Il ricamo trasmette un messaggio oppure illustra un vero e proprio racconto: è il caso, ad esempio, del telo di lana proveniente da Sciaffusa, in Svizzera, datato attorno al 1580, raffigurante la parabola delle dieci vergini. A colpire lo spettatore è la raffinatezza dei dettagli degli abiti — tutti diversi e abbinati alle acconciature dei capelli — delle protagoniste dell’episodio riportato nel vangelo di Matteo e la sua complessità anche simbolica, con la presenza dei quattro evangelisti e delle quattro stagioni.
L’arte del ricamo è una di quelle in cui le donne sono riuscite, anche in passato, a ritagliarsi notevoli spazi. Tra le più importanti ricamatrici va ricordata Caterina Cantoni, contesa dalla più importanti corti d’Europa. Poche le informazioni biografiche su lei — milanese, nata nella seconda metà del 1500 e morta tra il 1615 e il 1616 — che è passata alla storia per aver inventato il punto raso a doppio diritto, cioè senza rovescio. Proprio grazie a questa tecnica ecco che un oggetto di uso quotidiano quale è una tovaglia diventa un capolavoro, come quella in mostra, realizzata dalla stessa Cantoni tra il 1590 e il 1610, raffigurante i quattro continenti e i quattro elementi.
A Torino, però, non sono esposti soltanto tessuti, ma anche preziose testimonianze su come teoricamente quest’arte si è formata. Tra queste spicca un oggetto molto raro: un quaderno manoscritto di disegni per ricami a inchiostro e tempera, con tanto di dedica alla «mirabile matrona Marina Barbo», del 1538. Altrettanto preziosa è la collezione di agorai, in smalto, avorio, legno intagliato — che vanno dal xvii al xix secolo — raffinatissimi compagni di lavoro di donne economicamente agiate. E poi ci sono documenti sull’«imparar l’arte del ricamo». Su tutti spicca la raccolta di imparaticci, che sono i riquadri di tela lavorati nei secoli dalle ragazzine per esercitarsi e raccogliere modelli di punti da ricamo. Come quello, il più antico in mostra, di un’altra grande ricamatrice, Maria Teofine, che aveva 13 anni quando lo terminò nel 1617.

di Simona Verrazzo

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22 novembre 2019

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