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Punto di riferimento

· La storia del palazzo della Cancelleria a Roma ·

«Insieme al patrimonio naturale, vi è un patrimonio storico, artistico e culturale, ugualmente minacciato. È parte dell’identità comune di un luogo e base per costruire una città abitabile. Non si tratta di distruggere e di creare nuove città ipoteticamente più ecologiche, dove non sempre risulta desiderabile vivere. Bisogna integrare la storia, la cultura e l’architettura di un determinato luogo, salvaguardandone l’identità originale. 

L’interno del palazzo della Cancelleria a Roma

Perciò l’ecologia richiede anche la cura delle ricchezze culturali dell’umanità nel loro significato più ampio». Il nostro cammino inizia da queste parole di Papa Francesco, tratte dall’enciclica Laudato si’, che esprimono appieno il senso profondo del lavoro che è stato fatto e di quello che si sta intraprendendo per la cura del patrimonio architettonico della Santa Sede: una ricchezza che è, al di là dell’appartenenza territoriale e dello status giuridico, bene comune dell’umanità per il suo intrinseco valore storico, artistico e testimoniale.

La tutela e la valorizzazione vengono perseguite attraverso diverse azioni, che intervengono a tutti i gradi del processo di salvaguardia per orientare correttamente e rendere veramente efficace l’operato. Dopo l’esperienza compiuta per il restauro del palazzo dei Convertendi di via della Conciliazione, conclusosi alla fine dello scorso anno restituendo uno dei più significativi prospetti che in questi giorni fanno da cornice alla Roma del giubileo, l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica ha intrapreso un nuovo intervento conoscitivo propedeutico al restauro dei fronti del palazzo della Cancelleria. Nonostante le immediate ed evidenti differenze, un filo comune lega le due esperienze, ambedue volte alla ricerca dell’identità architettonica propria di ciascuno dei due edifici, a ricostruirne la storia materiale e ideale, anche in rapporto al mutare del contesto circostante e alle vicende della storia e dell’urbanistica romane.

Il palazzo dei Convertendi sorge oggi al margine della via della Conciliazione, mentre l’antico si collocava fra piazza Scossacavalli e Borgo Nuovo, l’asse viario rettilineo aperto da Papa Alessandro vi Borgia per il giubileo del 1500: fra il passato materiale della fabbrica originaria e l’edificio attuale si inserisce la vicenda urbanistica della Spina di Borgo e, ancora più, il tema secolare dell’ingresso a San Pietro che determinò la demolizione e ricostruzione alla fine degli anni Trenta del Novecento. Restituirlo secondo il suo carattere originario ha permesso di riannodare le fila di una vicenda secolare, fornendo memoria e testimonianza di un’istituzione volta a offrire accoglienza e supporto a tutti coloro che volessero abbracciare il cattolicesimo, indipendentemente dalla loro origine o dal loro stato sociale.

Il palazzo della Cancelleria per chiunque si occupi, da qualsiasi punto di vista, di architetture storiche, per di più in ambito romano, è un caposaldo, un punto di riferimento: venne costruito tra la fine del xv e l’inizio del xvi secolo proprio da quel cardinal Raffaele Riario che curò il tracciamento e la realizzazione della via Recta verso San Pietro per Alessandro vi; l’edificio si erge lungo via del Pellegrino, all’estremità verso il Campidoglio, mentre il palazzo cardinalizio del Papa Borgia marcava l’inizio dello stesso percorso verso il Vaticano, espressione tangibile della volontà pontificia di creare un’alternativa di largo respiro alla zona di Borgo per l’insediamento delle residenze curiali e nobiliari. La città stessa venne così plasmata nei secoli, definendo la conformazione dei suoi assi viari e la collocazione dei suoi edifici più cospicui per rispondere alle esigenze funzionali e di rappresentanza dell’amministrazione dello Stato.

Pochi anni dopo la sua costruzione, il palazzo del cardinal Riario, che aveva inglobato l’antica basilica di San Lorenzo in Damaso, venne acquisito dalla Camera Apostolica e divenne sede della Cancelleria Apostolica, l’antico Ufficio cui, nell’ambito della Curia romana, era demandata l’incombenza di offrire supporto ai Pontefici per il disbrigo della corrispondenza epistolare, per la redazione, spedizione e conservazione di atti ufficiali.

Il rapporto fra la Cancelleria e il Papa regnante era così stretto che le stesse regole dell’ufficio erano stabilite di volta in volta dopo l’elezione al soglio e l’attività era sospesa in tempo di sede vacante, tanto che, alla morte del Pontefice, il vice-cancelliere rompeva la porzione di sigillo con il nome del defunto, consegnando l’altra metà dello stampo recante le teste degli Apostoli Pietro e Paolo perché venisse spezzato nel corso della prima Congregazione cardinalizia. Le funzioni dell’Ufficio si ridussero progressivamente, tanto che all’inizio del Novecento ad esso erano demandate solo la preparazione, redazione e spedizione degli atti più solenni, fino a che, nel 1973, Paolo vi ne trasferì le competenze alla Segreteria di Stato.

Il palazzo della Cancelleria fu così, per secoli, sede di un importante nucleo dell’Amministrazione pontificia e residenza del vicecancelliere, la cui carica era anche legata alla titolarità della basilica di San Lorenzo in Damaso; si susseguirono nella carica i rappresentanti delle famiglie dell’aristocrazia romana e italiana: Farnese, Barberini, Ottoboni, Ruffo, uomini di cultura e mecenati ai cui nomi si legarono grandi opere pittoriche, letterarie, musicali. All’inizio dell’Ottocento il palazzo venne adattato alle necessità della Repubblica romana, quindi a quelle della corte imperiale durante l’occupazione francese. Lo stravolgimento di questa affrettata e iconoclasta disposizione fu tale che la chiesa venne adibita a stalla e si dovette attendere un ciclo di restauri condotti da Giuseppe Valadier e il 1820 per la riconsacrazione, in seguito a una campagna di lavori che interessò tutto l’edificio. Il palazzo rimase per tutto il xix secolo al centro delle turbolente vicende politiche dello Stato pontificio, divenendo nel 1848 sede della Camera dei deputati e ospitando, l’anno successivo, quella della seconda Repubblica romana. Le condizioni di conservazione del complesso, tuttavia, attraverso le numerose trasformazioni rimanevano precarie e le vicende postunitarie, intrecciate alla pianificazione urbanistica dei primi anni di Roma Capitale, con l’apertura di corso Vittorio Emanuele ii, la via nazionale, comportarono un completo stravolgimento della prospettiva urbana. Benché il tracciato della nuova arteria lambisse solo il corpo principale della fabbrica comportando la demolizione del volume delle scuderie, il nuovo asse viario impose all’edificio e al contorno urbano una nuova scala dimensionale, costringendoli a confrontarsi con un’idea di città che privilegia l’inquadramento dei monumenti in ampie prospettive, così da coglierli fin da lontano in tutta la propria immediata interezza. Nel caso del palazzo della Cancelleria, poi, si arrivò a stravolgere la gerarchia dei fronti, esponendo alla vista e rendendo in qualche modo più immediatamente percettibili i due prospetti fino ad allora considerati “di servizio”, quello settentrionale e quello occidentale verso il giardino interno.

E se il prospetto sulla piazza continuò a imporsi all’attenzione per il proprio carattere di eccezionalità figurativa e materica, quello lungo la via del Pellegrino venne degradato a fronte secondario. D’altra parte la nuova situazione urbanistica comportò un’immediata necessità di intervento e di normalizzazione: le relazioni che accompagnavano le pratiche urbanistiche per l’esproprio delle stalle e per le demolizioni di corpi definiti “superfetazioni” sono estremamente chiare e dallo studio dei carteggi emerge come alla fine del xix secolo sia stato operato un intervento per porre mano allo stato di degrado e di incuria in cui l’edificio versava, e che ancor più ne trasformò l’immagine, rendendola più consona ai canoni estetici di un neocinquecento imperante: in questo ciclo di lavori si perse quanto la tradizione manutentiva e figurativa aveva trasmesso, frantumando l’originaria immagine unitaria del palazzo in una sequenza di disorganiche quinte urbane. Oltre un secolo ci separa da questa storia, e in questo lasso di tempo si sono succeduti interventi che hanno replicato quanto era stato operato nel clima postunitario, rispettando come originale quanto era stato trasmesso da quegli anni.

Oggi l’Amministrazione del Patrimonio della Sede Apostolica presenta, in un volume edito dalla Libreria editrice vaticana i risultati di una campagna di saggi, rilievi e indagini condotti da esperti e coordinati da chi scrive sui fronti del palazzo della Cancelleria (Città del Vaticano, 2015, pagine 96, euro 30); le ricerche sono finalizzate alla formulazione di un progetto di restauro che, oltre a sanare uno stato di degrado, restituisca al monumento la sua immagine identitaria a partire da una conoscenza puntuale fondata su basi scientifiche. I risultati di questo processo conoscitivo formano un esempio di buona pratica, esemplare e, purtroppo, eccezionale, così come particolarmente generosa è la disponibilità con cui tali dati vengono offerti al confronto e al dibattito scientifico e storiografico, andando a costituire un capitolo nuovo e inedito del ricco panorama di studi sulla fabbrica. Si presentano anche le linee-guida del futuro progetto di restauro, volto a restituire il senso profondo del carattere originario del volume della fabbrica, imponente e singolare: un progetto che nasce da un vasto patrimonio di conoscenze, si alimenta nel colloquio ininterrotto fra discipline diverse e nel costante contatto con il monumento e che si sviluppa nella consapevolezza di trovarsi di fronte a uno dei modelli dell’architettura rinascimentale. Questa consapevolezza fa sì che le scelte progettuali siano frutto di considerazioni ponderate, derivate dal senso di responsabilità di cui ci si sente investiti quando si opera su un bene che, per la sua rilevanza, costituisce parte del patrimonio comune dell’umanità.

di Maria Mari

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18 marzo 2019

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