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E il futurismo emancipò il rumore

· Mentre in Europa scoppiava la Grande guerra un pittore rivoluzionò la musica ·

È stato un pittore ad avere una delle più grandi idee musicali del Novecento. Classe 1885, capelli corti pettinati all’indietro, giacca, camicia bianca e farfallino, ha avviato un processo rivoluzionario che non si è ancora arrestato. Con la sola forza delle idee. Il contrario di quello che è successo cinquanta o sessant’anni dopo, quando qualcuno ha pensato di essere moderno solo perché si era fatto crescere i capelli. 

Luigi Russolo e Ugo Piatti nel laboratorio degli intonarumori a Milano

Il quoziente di innovazione, però, è indipendente dal numero di volte che si va dal barbiere, e in ogni epoca resta direttamente proporzionale all’originalità del pensiero. Luigi Russolo aveva un modo di pensare unico, guardava le cose e ci vedeva dentro quello che gli altri non scorgevano, sentiva un rumore e ci riconosceva un suono. Ululati, rombi, stropiccii, gorgoglii, sibili, ronzii tutto si può utilizzare in musica, basta saperlo inserire nel posto giusto. Ce lo ha insegnato lui, poco prima della Prima guerra mondiale. Ne parlò a Filippo Tommaso Marinetti e il fondatore del Futurismo ne rimase entusiasta. Una musica fatta di rumori era l’ideale per lui, ma evidentemente era meno rivoluzionario di quello che credeva di essere, oppure meno perspicace. Sta di fatto che la musica futurista fu affidata principalmente a un musicista. Che banalità. Fu infatti il compositore Francesco Balilla Pratella a pubblicare il Manifesto dei musicisti futuristi.

Russolo, nel frattempo, scriveva L’arte dei rumori, partendo da un principio semplice: «Nel XIX secolo, con l’invenzione delle macchine, nacque il Rumore. Oggi, il Rumore domina sovrano sulla sensibilità degli uomini». Poi mette insieme un’orchestra di strumenti nuovi che chiama Intonarumori. Si trattava di parallelepipedi di legno con un altoparlante di cartone o metallico nella parte anteriore. Il suonatore schiacciava bottoni e leve per metterli in funzione e controllare il volume. All’interno c’erano lastre di metallo, ingranaggi e corde metalliche che venivano fatte vibrare e potevano essere intonate secondo la scala degli strumenti tradizionali. Secondo il rumore prodotto, gli strumenti erano classificati per famiglie. Da questo punto di vista l’ancoraggio alla tradizione rimaneva piuttosto forte, ma la sorpresa fu enorme quando cominciarono a circolare crepitatori, gorgogliatori, rombatori, ronzatori, scoppiatori, sibilatori, stropicciatori e ululatori, ognuno nei vari registri, soprano, contralto, tenore e basso. Il 2 giugno del 1913, in una serata futurista al Teatro Storchi di Modena, il pittore-musicista presentò il primo dei suoi intonarumori: uno scoppiatore. Malgrado l’entusiastica presentazione di Marinetti, la serata si risolse in uno di quegli storici fiaschi che fanno tanto bene al progresso. Eppure lì nasceva la musica elettronica e anche parte di quella acustica degli ultimi sessant’anni. 

di Marcello Filotei

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22 maggio 2019

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