Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

In punta di piedi

· ​Il centro di ascolto per i giovani ad Atemajac in Messico ·

L’idea viene da lontano. Un grande giardino circondava la nostra casa di Atemajac, in Messico. Alberi frondosi e un prato che durante le piogge diventava un tappeto verde e soffice. Prima un gruppo, poi un altro e poi un altro ancora, in genere appartenenti a qualche parrocchia, ci chiedevano di godere di questa bellezza per i loro ritiri e incontri. Mettevamo a disposizione anche la piccola cappella della nostra comunità e così pian piano questa è diventata un’attività abituale, soprattutto nei fine settimana. 

Una cappella nella campagna attorno ad Atemajac

A un certo punto ci siamo domandate: perché non offrire uno spazio più adatto che permetta sia a loro che alla comunità una maggiore libertà e indipendenza? Dopo un lungo discernimento siamo arrivate alla decisione di costruire, in fondo a questo giardino, un centro per l’accoglienza di questi gruppi che ci offrisse anche la possibilità di dare corsi e incontri su temi di spiritualità missionaria, di formazione umana, di pastorale giovanile e vocazionale. Fra i tanti progetti c’era anche quello di aprire un centro di ascolto per i giovani.
Quest’idea, all’inizio confusa, forse un po’ idealista, ha aperto un varco nel mio cuore. Ho lavorato per buona parte della mia vita con i giovani: le giovani missionarie, giovani religiosi e religiose, giovani seminaristi e, ultimamente, giovani laici e laiche. Ore e ore seduta ad ascoltare, a condividere gioie e sofferenze, a cercare di capire, a cercare di trovare insieme una luce nel tunnel del dolore, della perdita, del dubbio, della rabbia. Il futuro sarà di chi sa suscitare una speranza e oggi assistiamo con impotenza e sgomento allo scemare di ogni illusione, alla morte dei sogni, soprattutto nei giovani. Se loro non sognano più, quale nuovo mattino sorgerà sulla terra? Noi adulti abbiamo il dovere di fare tutto il possibile perché possano rendersi conto di quanto è grande, di quanto è bello il nostro mondo.
In un incontro di Lectio divina che condivido ogni mercoledí con un gruppo di laici, lessi questa bellissima poesia di Emily Dickinson: «Se potró impedire a un solo cuore di spezzarsi, non avrò vissuto invano. Se allevierò il dolore di una vita, o guarirò una pena, o aiuterò un pettirosso caduto a rientrare nel nido, non avrò vissuto invano». Chiesi se c’era qualcuno disposto a iniziare l’avventura di un centro di ascolto per giovani, avventura che in quel momento era solo un sogno informe. Due dissero di sì. Essi a loro volta invitarono altri, e questi altri e altri ancora. Siamo così arrivati a una quindicina.
Seduti intorno a un tavolo, tutti insieme, cercammo di dare una forma al sogno. La prima cosa da fare era prepararci e pian piano impostare anche l’organizzazione di questa attività. Per un anno intero ci incontrammo una volta alla settimana, cercando di immaginare ciò che avremmo dovuto affrontare e come affrontarlo. Sapevamo che la realtà ci avrebbe superati e sorpresi, ma non così tanto come poi è successo. Studio, preghiera, scambio di opinioni, qualche cena insieme.
Circa il luogo non avevamo problemi: il centro può contare su due piccole stanze a pianterreno. Avremmo offerto al massimo dieci sessioni di dialogo, una volta alla settimana e con la stessa persona, per la durata di un’ora, a ogni giovane che ce lo avesse chiesto. Ogni volontario ha dato la sua disponibilità nello spazio di tempo a lui più confacente, da lunedì a venerdì, sia al mattino che al pomeriggio.
La difficoltà più grande era trovare una persona disposta a ricevere le chiamate per valutare ogni caso e poi fissare l’appuntamento con il volontario di turno. Anche per questo la provvidenza ci venne incontro: Monica, una signora segnata da una malattia che le impedisce a volte i movimenti, diede la sua disponibilità, dicendosi onorata di poterci aiutare perché era un’attività che poteva svolgere tranquillamente a casa sua. Poi passammo alla sensibilizzazione attraverso poster, cartelli, facebook. Finalmente arrivò la data d’inizio: lunedì 17 febbraio 2014.
Quando chiamò il primo ragazzo per prendere l’appuntamento, sui nostri cellulari è corso in un batter d’occhio un grande e grato «Alleluia! Gloria a Dio!». Pian piano arrivarono altre richieste e da allora non ci siamo più fermati.

di Virginia Isingrini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

22 settembre 2019

NOTIZIE CORRELATE