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Pugni per crescere

· Il percorso di rinascita di un adolescente in «Kappa O.» di Dimitri Galli Rohl ·

Una promettente carriera criminale stroncata dalla boxe. Kappa O. racconta di pugni e nasi fratturati, ma in questa storia — scritta da Dimitri Galli Rohl ed edita da Einaudi Ragazzi (Trieste, 2019, pagine 208, euro 11) — al tappeto non finisce nessuno, salvo i demoni interiori di Mattia, rampollo di una blasonata famiglia di medici di grande fama, stanco di vivere in una gabbia dorata dove ogni virgola del suo futuro sembra essere già scritta. Un adolescente liceale che ha tutto — bellezza, talento, successo — ma con una speciale inclinazione al delitto. Di giorno studente modello, di notte piccolo criminale che devasta le auto parcheggiate, frantumandone i parabrezza: solo questo passatempo riesce a fargli battere il cuore, a liberarlo dalla rabbia e dall’odio che cova irrazionalmente nell’animo. Finché non incrocia gli occhi minacciosi e affatto rassicuranti di Angelo Masso, un relitto della società, un uomo dalle frequentazioni poco raccomandabili, che conosce a menadito i bassifondi della città e quelli ancora più torbidi e insondabili dell’animo umano. Grazie a lui Mattia scopre la passione per la boxe, lo sport che lo salverà. Sì, perché dietro allo sguardo bieco dell’uomo attempato, proprietario di una palestra/topaia, si nasconde un allenatore che fiuta la rabbia e il dolore dei ragazzi più problematici e cerca di tirarli fuori dal baratro. Così, tra un allenamento clandestino e un altro, le vicende di Mattia si incrociano con quelle della sua nemesi: Alì, giovane manovale sottopagato, fuggito da un poverissimo villaggio in Africa e salvato dalla strada grazie all’intervento (neanche a dirlo!) del vecchio allenatore. Tra i due ragazzi, contendenti sul ring, nascerà un rapporto di complicità e di reciproco rispetto. Si faranno male, ma ciascuno darà all’altro la possibilità di riscattarsi, di trovare una strada alternativa alla violenza e un piccolo posto nel mondo. Si tirano tanti pugni in Kappa O., soprattutto alle certezze. A quelle dei genitori che pretendono di scegliere il meglio per i loro figli senza ascoltarli e a quelle degli adolescenti che vedono negli adulti il male assoluto, il nemico da cui difendersi. Il protagonista, nel percorso verso la redenzione, imparerà a domare le sue inquietudini e a riconoscere che l’amore della famiglia, così detestabile, così imperfetta, è inscalfibile e incondizionato. Si intuisce che la boxe sarà solo una parentesi nella sua vita. Ma di quelle parentesi che chiariscono il significato di un’esistenza. «Perché vi ho presi? — mormora Angelo Masso parlando con Alì — Perché siete entrambi da salvare. Siamo tutti in un modo o nell’altro da salvare». Non solo lo straniero segnato dalla guerra, sudicio ed emarginato: nel girone infernale della violenza può finire chicchessia e per i più disparati motivi: rabbia, noia, leggerezza. E allora, si legge tra le righe del libro, c’è bisogno di qualcuno che sappia parlare la stessa lingua dei ragazzi, che faccia loro vedere che un’altra strada è possibile. L’allenatore, in Kappa O., è «l’adulto che custodisce il tesoro più bello: la boxe» e sa trasmetterlo. Ma perché proprio la boxe? Lo svela Mattia alla fine del libro: disciplina ferrea (duri e continui allenamenti), senso di responsabilità (non fare male all’avversario); consapevolezza dei propri limiti (capire quando è il momento di fermarsi). Uno sport che insegna un po’ come stare al mondo.

di Alessandra Moraca

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18 settembre 2019

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