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Prove egiziane di compromesso

· Mubarak vara riforme, ma non convince la piazza ·

Terza settimana di proteste al Cairo

Il presidente egiziano Hosni Mubarak cerca di sedare le proteste impegnandosi ad aumentare i salari e insediando una commissione per la revisione della Costituzione, ma non convince l’opposizione che resta in piazza per reclamarne le dimissioni. Al Cairo le proteste entrano nella terza settimana. I manifestanti a piazza Tahrir, oramai da giorni asserragliati nelle tende, hanno promesso di rimanere sino a quando il presidente non se ne andrà. La manifestazione di oggi è considerata da molti osservatori una prova della capacità della piazza di mantenere la pressione.

Nonostante ciò e malgrado diversi pronunciamenti internazionali favorevoli all’avvio di una cambiamento immediato, Mubarak continua a mostrarsi deciso a restare al suo posto e a gestire in prima persona la transizione. Il presidente ha presieduto ieri la prima riunione del nuovo Governo da lui nominato la settimana scorsa. Il vicepresidente, Omar Suleiman, ha riferito oggi che è stata creata appunto una commissione per emendare la costituzione. Il presidente «ha firmato un decreto presidenziale per formare una commissione che avrà come compito quello di apportare degli emendamenti alla Costituzione», ha annunciato Suleiman alla televisione statale. Domenica era stato avviato un dialogo tra le forze al potere in Egitto e l’opposizione, tra cui per la prima volta il movimento dei Fratelli musulmani, «per una transizione pacifica basata sulla Costituzione», come comunicato dallo stesso Suleiman.

Nella riunione di ieri, secondo quanto riferito dall’agenzia di stampa ufficiale egiziana Mena, il Governo ha inoltre approvato un piano per aumentare gli stipendi del settore statale del 15 per cento a partire da aprile; si è impegnato a spendere 6,5 miliardi di sterline egiziane (940 milioni di dollari) per aumentare le pensioni. Il Governo ha inoltre deciso «la creazione di una commissione d’inchiesta trasparente, indipendente e imparziale» sugli scontri a piazza al Cairo e in altre città che hanno provocato decine di morti e un migliaio di feriti.

A sostegno di Mubarak sembrano andare anche diverse perplessità internazionali sull’effettiva possibilità di organizzare in tempi brevi elezioni realmente democratiche e trasparenti. In questo senso si è espresso ieri anche il dipartimento di Stato di Washington, il cui portavoce, Philip Crowley, ha parlato di «impresa sicuramente ambiziosa». Ricordando che l’attuale costituzione prevede elezioni entro sessanta giorni in caso di uscita di scena del presidente, Crowley ha detto che «il problema è capire se l’Egitto è oggi pronto a elezioni libere e democratiche sapendo che il passato recente ha fatto vedere, onestamente, che le elezioni non sono state veramente libere e giuste».

Il Governo di Washington ha anche preoccupazioni sui possibili riflessi della crisi egiziana sul complesso scacchiere mediorientale. Il portavoce della Casa Bianca, Robert Gibbs, ha detto ieri che tutti i futuri possibili Governi in Egitto dovranno rispettare i Trattati internazionali esistenti. Il riferimento, anche se non esplicitato, è soprattutto al trattato di pace tra Egitto e Israele del 1979.

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