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Prove di stabilità per il Libano

· La visita a Beirut del presidente siriano e del monarca saudita ·

Un passo verso la stabilità del Libano e di tutta la regione mediorientale. Un appello per l'unità, la riconciliazione, il dialogo. La visita congiunta del presidente siriano, Bashir Al Assad e del re dell’Arabia Saudita, Abdullah Ibn Abd-el Aziz, a Beirut è segno di un nuovo clima di distensione. Una visita «piena di simboli», secondo il quotidiano francolibanese «L'Orient-Le-Jour».

I libanesi «non devono ricorrere alla violenza, ma devono far valere gli interessi nazionali al di là di ogni calcolo confessionale». Con queste parole Assad, Abdullah e il presidente libanese, Michel Sleiman, hanno chiuso i lavori del vertice di Beirut. In un comunicato emesso dall’ufficio della presidenza libanese si afferma che «i leader hanno sottolineato l’importanza della stabilità e dell’indipendenza del Libano», esortando i libanesi ad affidarsi «alle istituzioni legali e costituzionali così come al Governo di unità nazionale per regolare le divergenze».

Nella capitale libanese il presidente siriano non si recava dal 2002. L'attuale monarca saudita in Libano non c'è mai stato ed è il primo re a visitare il Paese dal 1957. In tutto la visita è durata quattro ore. I leader hanno potuto anche incontrare alcuni membri del Governo libanese di unità nazionale, tra cui il premier sunnita Saad Hariri, e alcuni ministri del movimento sciita Hezbollah, la principale forza di opposizione. Abdullah e Assad hanno sottolineato particolarmente l'importanza di «seguire la via della riconciliazione, del dialogo e del rafforzamento dell'unità nazionale».

Il vertice si è tenuto a porte chiuse. Poco o nulla è trapelato. Gli analisti tuttavia, sono concordi nel ritenere che sul tavolo delle discussioni ci sia stata una questione politica delicatissima: la possibile incriminazione di esponenti di Hezbollah da parte del Tribunale Onu per il Libano che da alcuni anni indaga sull'omicidio Hariri. Di questo avviso è anche Hassan Fadlallah, deputato di Hezbollah: «Gli ultimi sviluppi concernenti il tribunale internazionale sono stati al centro del summit», ha dichiarato Fadlallah parlando con la France Presse. Dai leader politici, nessun commento. Assad, subito dopo l'incontro, si è limitato a dichiarare che «i colloqui sono stati eccellenti».

Creato nel 2006 per far luce sulla strage di san Valentino, nel febbraio 2005, quando sul lungomare di Beirut un'autobomba uccise l'ex premier Hariri e altre 23 persone, scatenando un'ondata di proteste da parte della popolazione, il Tribunale internazionale dovrebbe annunciare le incriminazioni entro il prossimo dicembre. Dai primi rapporti — riferiscono i commentatori — si evinceva che i principali indiziati fossero gli uomini dei servizi segreti siriani e libanesi. Ora, secondo fonti di stampa, sembra probabile che siano implicati anche uomini di Hezbollah. È stato il quotidiano israeliano «Haaretz» a riferire che il procuratore generale nominato dall'Onu, Daniel Bellemare, starebbe per incriminare uno dei capi dell'ala militare di Hezbollah, ovvero Moustafa Badera-Din, noto anche come Elias Saab, parente di Imad Mughniyeh, un altro leader del partito sciita ucciso nel 2008 da un'autobomba a Damasco. L'anno scorso il Tribunale internazionale ha chiesto a Beirut di consegnare quattro generali libanesi sospettati di essere implicati nell'assasinio di Hariri. La Siria è stata indicata da più parti come il vero mandante dell'assassinio di Hariri. Damasco ha sempre negato qualsiasi coinvolgimento nella vicenda.

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