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Prove
di libertà di pensiero

· ​L’importanza delle parole ·

«Il primo rispetto che si deve è per le parole» è l’appunto di diario più e meglio in linea con il titolo di questa recente pubblicazione di Cesare Viviani: Non date le parole ai porci (Genova, Il Melangolo, 2014, pagine 142, euro 13). Che prosegue raccomandando di «pronunciarle con discrezione, con premura, con cura, mai come strumenti nelle nostre mani, mai con disinvoltura o indifferenza, mai come un frasario da repertorio, mai per riempire i silenzi, mai con padronanza».

Zenos Frudakis, «Freedom» (Philadelphia)

Lo scrive Claudio Toscani aggiungendo che questo è di per sé il più appropriato riassunto-commento del libro perché, se non si ha rispetto per le parole, non si ha rispetto per nessuno, e perché non si usano le parole solo come strumenti utili ai propri interessi o come mezzo di potere sugli altri. Potrebbero bastare questi pochi prelievi dal testo in questione, che è una raccolta di suggestive annotazioni in forma di stringato florilegio asseverativo dei più disparati temi di interesse umano (da civili a sociali, da economici a politici, da culturali a psicologici, da esistenziali a morali, con un implacabile sfondo religioso), a dare le coordinate del libro, tra interrogativi e riscontri, idee e utopie, ipotesi e giudizi. Viviani è poeta e narratore, ermeneuta e terapeuta: i suoi libri, in versi o in prosa, si incardinano attorno a tre fondamenti, che sono i suoi assoluti (e perciò stesso le sue ossessioni): il tempo incalzante della vita (tra anni e malanni); l’angoscia della morte (antica quanto l’uomo e tuttavia da sempre sgradita al singolo e alla specie); l’inevitabilità del dubbio sul nulla dell’aldilà (che riesce tanto facilmente quanto inspiegabilmente meglio della speranza in qualcosa).

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