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Prove di intesa sulla Siria

· ​Dialogo tra Kerry e Lavrov per rafforzare la collaborazione anti jihadisti ·

Collaborazione per sconfiggere i jihadisti del cosiddetto Stato islamico (Is) e arrivare a una pace giusta per la Siria. Questo il punto comune al quale sono arrivati ieri i capi delle diplomazie statunitense e russa, John Kerry e Serghiei Lavrov, in una conversazione telefonica dopo giorni di alta tensione tra Mosca e Washington. 

Un bambino soccorso dopo un bombardamento su Aleppo (Ap)

Meno di 24 ore fa era stato il presidente Obama ad affermare senza mezzi termini di non sapere se «ci possiamo fidare di Putin e della Russia per la soluzione della crisi in Siria». Poco dopo, uno dei vice ministri degli Esteri di Mosca, Serghei Ryabkov, aveva replicato: «La fiducia reciproca non può essere ristabilita, a meno che i nostri colleghi a Washington non affrontino con onestà e responsabilità l’agenda delle relazioni bilaterali nel suo complesso». In questo clima di tensione, il colloquio tra Kerry e Lavrov è stato un gesto di distensione. Mosca ha voluto sottolineare — si legge in un comunicato — «la necessità di rafforzare gli sforzi contro i terroristi e altri gruppi estremisti che operano in modo sempre più sconsiderato, causando più vittime tra i civili in Siria, anche con l’uso di sostanze chimiche tossiche da parte dei miliziani».
Il confronto diplomatico continua, dunque, mentre Aleppo conosce ore di terribile violenza. Ieri i ribelli hanno lanciato una nuova offensiva contro i governativi nella parte meridionale della città. Secondo l’Organizzazione mondiale della sanità (Oms), la situazione «umanitaria e sanitaria ha raggiunto livelli critici: fino a 250.000 persone nella parte orientale della città attualmente non hanno accesso a cibo sufficiente e alle cure mediche». E le Nazioni Unite «prevedono che le scorte alimentari rimaste saranno sufficienti al massimo per un mese». Dal 7 luglio scorso, ricorda l’Ufficio regionale dell’Oms, è ferma anche la consegna di forniture mediche nella parte orientale della città. E le testimonianze dei medici sono scioccanti. Hatem Abu Yazan, direttore generale dell’ospedale pediatrico di Al Shaar, sempre nella parte orientale della città, qualche giorno fa era in servizio nella sezione neonatale dell’ospedale al primo piano, quando ha sentito il rumore di un attacco aereo. Indossava lo stetoscopio, che aveva attutito il rumore delle bombe, ma a un certo punto ha visto che porta e finestre erano state distrutte. Così, insieme a un infermiere e un altro medico, ha preso i nove neonati dalle incubatrici portandoli nel seminterrato, dove sapeva che sarebbero stati più al sicuro. «Abbiamo aspettato per dieci minuti la fine dell’attacco e poi siamo corsi indietro per portare le incubatrici giù, e proteggerle in caso di un altro attacco» racconta alla stampa. Questi medici si trovano ogni giorno in condizioni difficilissime, mentre la richiesta di cure aumenta, e le stesse strutture sanitarie vengono poste sotto attacco.

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19 marzo 2019

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