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Prove di dialogo
a Istanbul

· Una settimana di tirocinio sul Bosforo ·

«Non ho molta familiarità con il mondo religioso e andare a trascorrere una settimana in un convento per me era una grande sfida», così esordisce Giordano, uno dei dieci ragazzi del IV linguistico del liceo Ettore Majorana di Latina al rientro da un progetto di tirocinio a Istanbul. Roberto Astuto, docente di religione, ha proposto a due gruppi di ragazzi di aiutare gli organizzatori di un corso internazionale sul dialogo interreligioso offerto dalla Fraternità internazionale francescana di Santa Maria Draperis a Istanbul nel mese di ottobre, utilizzando le conoscenze linguistiche, di gestione e comunicazione acquisite a scuola e rimanendo disponibili per rispondere alle varie esigenze inattese (perfino spostare i mobili). Ai ragazzi è stato chiesto di tenere un diario di queste giornate, cosa che li ha aiutati a trattenere su carta esperienze fatte, reazioni e commenti.

Partire per vivere un’esperienza in una città dove si parla un’altra lingua e incontrare persone nuove è sempre qualcosa che, in un modo o nell’altro, tocca profondamente. Tanto più quando questo avviene da giovani. «Questa esperienza — spiega Astuto — voleva essere un percorso per lo sviluppo di competenze trasversali e per l’orientamento nel campo del dialogo interculturale e interreligioso. Spesso — ha aggiunto — nelle scuole superiori i saperi inerenti alle discipline specialistiche rimangono scollegati fra loro mentre nel mondo del lavoro è fondamentale che le competenze siano integrate. L’insegnamento della religione cattolica è multidisciplinare di natura e può svolgere un ruolo importante in questo campo, come questa esperienza ha dimostrato».

I due gruppi di ragazzi hanno trascorso ciascuno una settimana a Istanbul. Il loro compito di assistenza alla segreteria e alla gestione della conferenza ha richiesto loro di interagire con i partecipanti, che erano principalmente religiose e religiosi francescani provenienti da tutto il mondo. Come suor Miriam delle suore francescane missionarie del Sacro Cuore (Fmsc) di Istanbul che, oltre a seguire il corso, era di supporto alla segreteria e responsabile dell’animazione della liturgia e del canto. «Vivere fra religiosi non è un’esperienza comune ma suor Miriam ci ha aiutati ad ambientarci e a farci sentire a nostro agio» dice Camilla, una delle ragazze che ha partecipato al tirocinio. Giordano, un suo compagno di classe, è rimasto particolarmente colpito dalla figura di fra Giorgio, un frate originario del Congo che tutte le mattine arrivava con il sorriso.

I giovani hanno approfittato per fare delle visite a Istanbul accompagnati dal loro docente e anche per unirsi ai partecipanti al corso per alcune delle visite organizzate dalla Fraternità francescana. Per alcuni di loro è stata la prima volta in moschea e il confronto con un’altra tradizione religiosa rispetto alla loro ha lasciato un segno. Per Giordano la visita ad Aya Sofia ha mostrato un luogo in cui «la religione cristiana e musulmana si incontrano in maniera armonica».

Venire direttamente a contatto con la diversità, scoprendola e immergendovisi attraverso l’ascolto e la partecipazione a cerimonie religiose — come l’incontro con i dervisci, la partecipazione a una cerimonia alla moschea alevita, la visita a un monastero greco-ortodosso — è stato un elemento chiave di questi giorni. «Ci sono luoghi ed esperienze — continua Astuto — che per i ragazzi è stato possibile vedere e fare perché durante questo corso annuale si usufruisce dei contatti e delle amicizie curate quotidianamente dai francescani con le altre comunità. Si tratta di un lavoro di apripista che la Fraternità internazionale porta avanti per undici mesi e mezzo all’anno per poi realizzare un corso di grandissimo valore per le restanti due settimane».

Un’esperienza unica che gli studenti hanno avuto modo di vivere è stata quella di assistere a una liturgia alevita. Adnane Mokrani, teologo musulmano e docente presso il Pontificio Istituto di studi arabi e d’islamistica di Roma che è stato uno degli insegnanti del corso a Istanbul, racconta: «La presenza di questi ragazzi ha impresso uno spirito giovanile all’incontro. In alcune uscite, come quella alla moschea alevita, siamo stati insieme. La liturgia è durata tre ore e loro hanno prestato attenzione per tutto il tempo. Nel dialogo interreligioso — continua Mokrani — non basta studiare ma si deve incontrare, fare uno sforzo, viaggiare verso l’altro e toccare con mano. Penso che ciò sia quanto questi ragazzi hanno avuto modo di fare».

Che le relazioni e l’incontro con l’“altro” fossero al centro di tutta questa esperienza è stato un fattore che i ragazzi hanno riscontrato con chiarezza. «Più che visitare luoghi, abbiamo incontrato persone che ci hanno aperto la mente e mostrato cosa significa per loro la propria fede» ha affermato Giordano con entusiasmo. «Parlare con queste persone ed entrare per un attimo nella loro vita quotidiana — continua Dario, un altro studente — ci ha insegnato quello che i libri non insegnano». Su questo punto Camilla commenta con decisione: «Abbiamo vissuto tutto a un livello molto personale. Da un museo esci con una conoscenza comune. Nel rapporto faccia a faccia, ognuno porta via con sé qualcosa e spesso è differente da persona a persona».

Nei vari incontri, confessa Dario con semplicità, «abbiamo preferito ascoltare piuttosto che fare domande perché eravamo interessati a quello che le persone volevano condividere». Su questo punto, sapendo qual è l’immagine che normalmente viene data dei giovani di oggi, Giordano specifica: «Veniamo visti come quelli sempre sui social e senza cultura, invece lì abbiamo prestato attenzione a quanto ci veniva detto e non abbiamo dato niente per scontato».

Riguardo al tema del corso e alle conferenze, Camilla commenta con sorpresa: «Mi aspettavo dei discorsi più legati al mondo cattolico mentre lì erano tutti concentrati su argomenti legati al dialogo interreligioso. Questa mentalità aperta e desiderosa di conoscere l’altra religione mi ha colpito». Dario le fa eco: «Ho visto l’interesse per dialogare usando le parole invece che le armi... si trattava di un dialogo dove ognuno aveva il suo spazio».

Una sera i partecipanti del corso e i ragazzi sono stati ospiti a casa del vescovo Ruben Tierrablanca, vicario apostolico di Istanbul che ha condiviso la vitalità della piccola comunità cristiana in un paese a maggioranza musulmana. «Abbiamo pregato lì a casa sua, era la prima volta che partecipavo a una preghiera in un ambiente così “non convenzionale”», commenta Giordano. Toccato da questa esperienza, prosegue: «È stata anche la prima volta in cui sono stato servito a tavola da un vescovo!».

Si è trattato di un’iniziativa, conclude Astuto «andata ben al di là delle aspettative. Molte delle attività previste miravano a far fare esperienza di dialogo e incontro agli studenti ma è stato interessante notare come ognuno leggesse ciò che viveva con la propria chiave interna».

E, in generale, questi giorni hanno permesso ai ragazzi di soffermarsi a riflettere sulla propria identità. «Consiglierei davvero questa esperienza ad altri — dice entusiasta Dario — e mi ritengo fortunato ad averla potuta fare».

di Elena Dini

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21 gennaio 2020

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