Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Proust non basterebbe

· ​Perdita della memoria e nuove frontiere della medicina ·

Filosofia, letterati, psicologi, scienziati da sempre si interrogano sulle potenzialità e sulla fragilità della memoria. La memoria si perde o forse è l’accesso a essa che si blocca? Dimenticare è soltanto un fallimento della memoria oppure è anche un procedimento attivo, in cui si reprimono o scartano ricordi indesiderati? In anni recenti le neuroscienze hanno ottenuto successi straordinari. Non è azzardato affermare che una larga parte delle moderne neuroscienze sono nate dalla perdita di memoria di Henry Gustave Molaison.

Salvador Dalì, «La persistenza della memoria» (1931)

Il 25 agosto 1953 Henry, all’epoca ventisettenne, subì la parziale ablazione bilaterale degli ippocampi e delle amigdale, come terapia sperimentale contro una grave forma di epilessia di cui soffriva. L’intervento fu eseguito dal neurochirurgo William Beecher Scoville all’Hartford 

Hospital, in Connecticut. Scoville utilizzò una tecnica chiamata “aspirazione”: inserì una cannula in due fori del diametro di 3,8 centimetri praticati trapanando il cranio. L’operazione ebbe parzialmente l’effetto auspicato, ma con conseguenze devastanti: Henry perse la memoria.
Dopo l’intervento il cervello di Henry dimenticava qualsiasi esperienza entro pochi secondi: era completamente annullata la memoria dichiarativa, cioè la capacità di ricordare ogni episodio biografico. Henry conservò, invece, la memoria non-dichiarativa, che riguarda capacità apprese senza consapevolezza: rimase, infatti, autonomo negli atti di routine quotidiana, come radersi, mangiare, lavarsi i denti.
Il caso H.M. (così l’identità di Henry fu protetta fino alla morte, il 2 dicembre 2008) ha consentito ai neurologi di comprendere che i diversi tipi di memoria dipendono da diverse aree cerebrali e di studiare i meccanismi dell’apprendimento. Generazioni di neurologi hanno costruito la loro carriera studiando il caso.
Suzanne Corkin, professore di neuroscienze comportamentali al Massachusetts Institute Of Technology (Mit) e autrice di Prigioniero del presente (Milano, Adelphi, 2015, pagine 432, euro 30), incontrò per la prima volta Henry per un’intervista nel 1962: all’epoca frequentava il Montreal Neurological Institute come dottoranda. Da allora, e fino alla morte di Henry, la neuroscienziata ed Henry passarono molta parte delle loro giornate insieme. Per Henry ogni visita era come un primo incontro: dopo essersi separati anche solo pochi secondi, Suzanne e Henry si ripresentavano come se non si fossero mai conosciuti.
Henry, tuttavia, ricordava le esperienze anteriori al 1953, riconosceva i suoi genitori e aveva una buona conoscenza lessicale. Era incapace di immagazzinare nuove informazioni, ma ricordava nozioni apprese a scuola: ricordava la crisi di Wall Street del 1929, così come Pearl Harbor. I ricordi erano, però tra loro scollegati, senza connessioni e senza un contesto. Due esperienze personali, che Henry ripeteva molto spesso, erano, invece, memorizzate con dettagli precisi e circostanziati. La prima era il furto, a suo padre, di una sigaretta Chesterfield, che poi fumò e che lo fece tossire. La seconda riguardava un volo di mezz’ora su un aereo monomotore Ryan quando aveva tredici anni. Le due esperienze, una negativa e una positiva, avevano suscitato in Henry emozioni molto forti, coinvolgendo molteplici sensazioni, ed erano localizzate in varie aree del cervello.
Suzanne Corkin mostra come Henry conservasse la sua personalità, fosse collaborativo nel partecipare agli studi svolti su di lui, si dichiarasse contento di poter contribuire all’avanzamento delle conoscenze scientifiche. Henry era anche dotato di una buona intelligenza, aveva capacità di dialogo e senso dell’umorismo. Per esempio, partecipò a uno scherzo che un’assistente di Corkin fece a un dottorando: approfittando del fatto che Henry riusciva a ricordare un poco più a lungo informazioni ripetute ininterrottamente, l’assistente disse a Henry che la persona che sarebbe entrata per somministrargli un test si chiamava John e gli chiese di dire al momento dell’ingresso: «Oh, ciao, John», fingendo così di riconoscerlo. Dopo qualche minuto di esercizio, Henry recitò egregiamente la sua parte e rise di gusto, con l’assistente, vedendo il volto di John sbiancarsi per lo stupore. Henry non era mai triste o depresso. In questo senso l’amnesia fu per lui non solo una prigione, ma anche una liberazione.
Il libro è, allo stesso tempo, il resoconto di uno studio e una biografia. Fino al caso H.M. si credeva che la memoria fosse una capacità dell’intero cervello.
Henry ha fornito la prova causale che una precisa regione situata in profondità nei lobi temporali è cruciale per convertire i ricordi a breve termine in ricordi durevoli. Henry ha voluto che il cervello, dopo la morte, fosse donato al Mit. Dopo essere stato diviso in 2.401 sottili sezioni, il cervello è tuttora oggetto di studio.
La narrazione di quarantasei anni di incontri tra Suzanne e Henry suscita nel lettore emozione e simpatia. Non si può, però, dimenticare ciò che avvenne prima: il brutale esperimento di cui Henry fu vittima. Data la gravità dell’epilessia e l’impossibilità di controllarla, Scoville ritenne Henry un buon candidato per una “terapia” che in seguito avrebbe definito «un’operazione francamente sperimentale».
All’epoca i fautori della psicochirurgia erano non solo numerosi, ma anche nomi tra i più prestigiosi della psichiatria accademica. In particolare, dagli anni trenta fino alla metà degli anni cinquanta, la lobotomia frontale era ritenuta la soluzione più adatta per curare gravi malattie psichiatriche: i fautori della lobotomia sostenevano che i rischi fossero giustificati dalla possibilità di salvare pazienti altrimenti incurabili. Tuttavia, alla luce degli effetti devastanti di quelle operazioni, è difficile comprendere come si sia arrivati a eseguirle.

di Carlo Petrini

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

07 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE