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Proteste di piazza in Algeria e in Giordania

Mentre non s'interrompono quelle in Tunisia, le proteste di piazza si diffondono anche in altri Paesi del Maghreb, come l'Algeria, e del mondo arabo in genere, come la Giordania. Questa mattina, la polizia algerina è intervenuta in forze per disperdere una manifestazione indetta nel centro della capitale Algeri dal partito d’opposizione Raggruppamento per la cultura e la democrazia (Rcd), guidato da Said Sadi. Sfidando in divieto delle autorità, l'Rcd, , profondamente radicato in Cabilia, ha deciso di scendere in piazza anche per reclamare la revoca dello stato d’emergenza, in vigore dal 1992, che vieta, tra l'altro, ogni manifestazione pubblica, in particolare nella capitale. Centinaia di persone si sono radunate davanti alla sede del partito, sulla quale sventolava la bandiera tunisina, in quella che molti osservatori ritengono una conferma di una scelta di rivolta simile a quella in atto nel Paese confinante. L'intervento della polizia, secondo le prime informazioni, ha provocato tafferugli e arresti.

In Giordania, ieri, l’opposizione guidata dal Fronte di azione islamico (Iaf) ha organizzato, dopo la preghiera settimanale del venerdì, nuove manifestazioni per chiedere riforme economiche e protestare contro il carovita. All’uscita dalle moschee, circa quattromila manifestanti si sono ritrovati nelle strade della capitale Amman e hanno marciato scandendo slogan per chiedere le dimissioni del premier Samir Rifai. Le forze di polizia in tenuta antisommossa hanno osservato i cortei sfilare senza intervenire. Iniziative simili a quella di ieri ad Amman erano state organizzate di recente dall'Iaf anche nelle città di Irbid, Salt e Karaker.

Rifai è criticato dall'opposizione per la politica del suo Governo che ha avallato un aumento della pressione fiscale. Negli ultimi giorni il Governo si è impegnato in contatti con l’opposizione e le corporazioni per contenere le proteste ed evitare degenerazioni. Rifai, sollecitato da re Abdullah ii bin Al-Hussein, ha già approvato un pacchetto di misure da 225 milioni di dollari per contenere i costi di alcuni generi di largo consumo, mentre giovedì ha annunciato lo stanziamento di fondi per aumentare di 30 dinari (circa 22 euro) il salario dei dipendenti statali. Ma per l’opposizione islamica e per i sindacati si tratta di misure insufficienti per fronteggiare la povertà endemica del Paese, che colpisce il 25 per cento della popolazione. «Queste misure sono studiate per narcotizzare la gente, niente di più. Abbiamo bisogno di riforme complete», ha dichiarato uno dei leader sindacali, Maisarah Malas. Anche il segretario generale dell'Iaf, Hamzeh Mansur, in un discorso tenuto durante la manifestazione di ieri ad Amman, ha detto che è necessaria l’introduzione di un chiaro meccanismo per ridurre i prezzi, ma ha aggiunto che il Paese ha innanzitutto bisogno di «una vera riforma politica ed economica».

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26 febbraio 2020

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