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Per protagonisti il sale e il pepe

· ​Dicenti racconti ispirati ai quadri di Edward Hopper ·

Edward Hopper continua a essere fonte di ispirazione. Adesso è Michele Mozzati, scrittore e autore teatrale e televisivo, a richiamarsi al genio dell’artista statunitense (1882-1967) per scrivere il libro Luce con muri. Storie da Edward Hopper (Milano Skira, 2016, pagine 57, euro 13.50): dieci suoi quadri sollecitano altrettanti racconti di cui sono protagonisti la luce e il silenzio. Vale a dire i due cardini intorno a cui ruota la concezione pittorica di Hopper.

«People in the Sun» (1960, particolare)

Certamente Mozzati ha illustri predecessori che, per dare sostanza e suggestione alla loro arte, hanno attinto in passato dalle intuizioni e dalle folgorazioni di colui che viene considerato all’unanimità il miglior pittore statunitense del ventesimo secolo. Basti pensare ad Alfred Hitchcock che, per giunta, si vantava di non essere debitore verso nessuno nel realizzare i propri film: eppure Hopper riuscì a fare breccia nell’orgoglio del regista britannico fino a dettargli alcune scelte poi celebrate come costitutive della storia del cinema. La casa di Norma Bates, protagonista di Psycho, è infatti ricostruita sul modello di un edificio che Hitchcock aveva ammirato in precedenza su una tela del pittore. Come pure il voyeurismo di James Stewart, ne La finestra sul cortile, richiama palesemente la postura del soggetto del dipinto Evening wind (1921).
Con questo libro Mozzati crea un curioso legame con Hopper, la cui frase più rappresentativa della sua arte così recita: «Se potessi esprimerlo con le parole non ci sarebbe più nessuna ragione di dipingerlo». Ebbene l’autore, pur usando la parola scritta, sembra dipingere le sue storie, intessute di tratti essenziali che richiamano tocchi di pennello. Sono storie non vincolate da epoche o da luoghi, ma che si configurano come suggestioni che prendono vita da un’ombra, da una semplice casa bianca, da una finestra che dà sul mare. Da People in the Sun ad Automat, da Excursion Into Philosophy a South Carolina Morning il registro narrativo adottato da Mozzati mutua la strategia pittorica di Hopper, che coniuga con lucido equilibrio realismo e irrealtà, ovvero quei due elementi che Nietzsche riteneva essenziali, se ben fusi insieme, per raggiungere la vera arte.
Di conseguenza i personaggi creati da Mozzati, pur nella concretezza dei loro gesti, risultano al contempo figure sospese, quasi evanescenti. Ma tale caratteristica non lede lo spessore del singolo racconto: al contrario, gli conferisce, grazie proprio alla lezione di Hopper, una maggiore efficacia. E appunto fedele al codice pittorico dell’artista statunitense, Mozzati eleva allo status di protagonisti anche gli oggetti inanimati: il sale e il pepe, i tovagliolini di carta sul bancone, le tazze di caffè, il registratore di cassa. Viene così ad affermarsi uno scenario la cui cifra stilistica s’identifica con una rappresentazione squisitamente corale. Nella prefazione l’autore scrive che questo libro è «un atto d’amore nei confronti della luce addosso e della solitudine dentro, che sono le cose che mi pare abbia saputo trasmettere meglio Edward Hopper».
E in virtù di tale suggestione è un libro, confessa Mozzati, che non poteva non essere scritto, poiché «quando guardi un quadro che ti emoziona non ti fermi alla critica, ma ti lasci portare via. E voli». E tutto ciò finisce per essere «un viaggio dell’anima che fa molto bene».

di Gabriele Nicolò

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19 novembre 2019

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