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Proseguono le demolizioni  di case palestinesi

· A Gerusalemme est ·

A una settimana esatta dal vertice tra Obama e Netanyahu alla Casa Bianca, riesplode la questione degli insediamenti ebraici a Gerusalemme est, punto focale delle tensioni tra israeliani e palestinesi. Le ruspe sono tornate in azione ieri nel rione di Issawia e a Beit Hanina: tre edifici palestinesi sono stati demoliti, due dei quali ancora in costruzione. Le autorità israeliane riferiscono che si trattava di case prive dei necessari permessi di costruzione. I palestinesi rispondono affermando che per loro è quasi impossibile ottenere un permesso.

La ripresa delle demolizioni nei rioni palestinesi della città è stata criticata dalla comunità internazionale. Washington non ha mancato di esprimere preoccupazione. Secondo il portavoce del dipartimento di Stato, P. J. Crowley, «gli Stati Uniti hanno indicato chiaramente che sono in disaccordo con certe azioni del Governo israeliano e Gerusalemme, azioni che riguardano i palestinesi sul fronte delle case, comprese le demolizioni». La Casa Bianca ribadisce il proprio appello a entrambe le parti a non intraprendere «azioni che possano minare la fiducia reciproca o pregiudicare lo status finale di Gerusalemme». Anche il presidente della Commissione europea, José Manuel Durão Barroso, ha espresso «profonda preoccupazione riguardo agli ultimi sviluppi», definendo le demolizioni, in un incontro con il premier dell'Autorità palestinese, Salam Fayyad, «iniziative controproducenti: le colonie e la distruzione di abitazioni sono illegali, rappresentano un'infrazione al diritto internazionale e minacciano di rendere impossibile una soluzione». Anche Fayyad ha criticato la decisione israeliana: «È in contraddizione con una soluzione basata su due Stati». Il congelamento di dieci mesi deciso da Netanyahu il 25 novembre 2009 al termine di lunghi colloqui con l'inviato statunitense, George Mitchell, concerne soltanto i nuovi progetti di costruzione e, in particolare, quelli riguardanti le abitazioni private. Di fronte alle pressioni americane, l'Esecutivo israeliano ha sempre insistito sulla necessità di proteggere la «crescita naturale» degli insediamenti già esistenti ed escluso dai negoziati ogni limitazione per Gerusalemme. Il provvedimento, approvato a grande maggioranza dal Consiglio dei ministri per le questioni di sicurezza (una sorta di gabinetto ristretto) su richiesta di Netanyahu, ha suscitato un'immediata levata di scudi da parte delle frange più estremiste del movimento dei coloni.

Obama punta a ottenere un prolungamento della moratoria per avviare il più presto possibile colloqui diretti tra israeliani e palestinesi. Tuttavia, pochi giorni fa il ministro della Cultura e dello sport, Limor Livnat, esponente del Likud, il partito di Netanyahu, ha dichiarato alla radio militare che «senza dubbio le costruzioni in Cisgiordania riprenderanno immediatamente dopo la scadenza del provvedimento», ovvero il prossimo 26 settembre.

Gerusalemme è la più grande città israeliana. Secondo gli ultimi dati diffusi dalle autorità locali, ha una popolazione totale di 760.800 persone: gli ebrei sono 476.000 (64 per cento), i musulmani 247.800 (33 per cento), i cristiani arabi 12.600 (2) e i cristiani non arabi 2.600 (0,3). Dal 1967 Israele ha il controllo completo della città e nel 1980 ne ha affermato per legge lo status di «capitale indivisibile». L'Onu non riconosce né questo status né l'annessione di Gerusalemme est. I palestinesi rivendicano la parte orientale come capitale del loro futuro Stato autonomo.

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