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Proposta di Mosca
per soccorrere
i civili di Aleppo

· E i medici rimasti nella città scrivono a Obama chiedendo una no-fly zone ·

Una tregua di tre ore al giorno per consentire l’entrata di convogli umanitari ad Aleppo, città siriana al centro dei combattimenti tra esercito e ribelli. Questa la proposta avanzata ieri dal Cremlino per cercare di alleviare le sofferenze dei circa due milioni di civili stremati dalla carenza di cibo e medicinali nonché dalla mancanza di acqua corrente. L’Onu, tuttavia, ha affermato che il progetto russo non può bastare, serve qualcosa di più. E quindi, in primo luogo, un serio impegno della comunità internazionale per rilanciare i colloqui di Ginevra e mettere le basi di una tregua duratura.

Civili in fuga dalle violenze nella zona di Aleppo (Reuters)

Le «finestre umanitarie», ha precisato ieri Serghei Rudskoi, capo delle operazioni dello Stato Maggiore di Mosca, saranno aperte dalle 10 alle 13 (ora locale). In questo intervallo, «tutte le ostilità, compresi attacchi di artiglieria e aviazione, dovranno cessare». L’Onu aveva auspicato pochi giorni fa una cessazione delle ostilità di almeno 48 ore per rimettere in funzione almeno la rete idrica e quella elettrica, per evitare che la situazione degeneri con lo scoppio di epidemie, soprattutto tra i bambini.
La decisione del Cremlino è giunta a poche ore di distanza dall’incontro tra il presidente russo, Vladimir Putin, e il capo dello Stato turco, Recep Tayyip Erdoğan, a San Pietroburgo. E ieri il ministro degli Esteri turco, Mevlüt Çavuşoğlu, ha annunciato la partenza per la Russia di una delegazione di responsabili della diplomazia di Ankara, delle forze armate e dell’intelligence per esplorare appunto le possibilità di una tregua.
Quella di Aleppo è un’emergenza senza precedenti. Nelle aree orientali, in mano agli insorti, si calcola che oltre 300.000 persone — più di un terzo dei quali bambini — siano costrette a bere l’acqua dai pozzi, che è potenzialmente contaminata. Quella della Siria è «una tempesta perfetta nella quale il popolo sta soffrendo» afferma da Buenos Aires il segretario generale dell’Onu, Ban Ki-moon, parlando di una crisi dei rifugiati «ormai non più gestibile».
In collaborazione con la Croce rossa e la Mezzaluna rossa siriana, l’Unicef sta ora cercando di portare quotidianamente acqua potabile nelle zone più a rischio della parte occidentale, che è in mano ai governativi e non soggetta agli scontri più pesanti. L’Unicef e i suoi partner — si legge in una nota diffusa ieri — continuano a cercare di accedere ai quartieri orientali per riprendere le riparazioni urgenti delle tubature idriche e di altre infrastrutture, per completare l’installazione e l’allestimento di pozzi e aumentare la capacità di stoccaggio dell’acqua, così come per fornire il trasporto dell’acqua d’emergenza, se necessario.

E ieri un gruppo di medici siriani ha inviato una lettera al presidente degli Stati Uniti, Barack Obama, affinché intervenga per imporre una no-fly zone su Aleppo, per fermare gli attacchi, salvare i civili intrappolati nella città. Gli autori — riportano le agenzie — sono gli ultimi medici rimasti nei quartieri orientali sotto il controllo dei ribelli. Nella loro lettera i medici denunciano come nell’ultimo mese ci siano stati 42 attacchi contro strutture sanitarie in Siria e come dal 2011 abbiano visto «pazienti, amici e colleghi morire con grandi sofferenze». Abbiamo bisogno — prosegue la lettera — «di un’area senza bombardamenti nella parte orientale di Aleppo e di un’azione internazionale».

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