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Promesse illusorie

Un grandioso fallimento. Se avessimo ancora gli stessi occhi, quelli dell’8 novembre del 1989, gli ultimi trent’anni della nostra storia li leggeremmo così. E se, tornando indietro nel tempo, da Berlino est, sbirciassimo tra gli squarci aperti a colpi di piccone lungo il Muro della vergogna, ci chiederemmo se dall’altra parte c’è veramente la terra della libertà o piuttosto un enorme, luccicante supermarket.

Antonio Polito, Il Muro che cadde due volte. Il Comunismo è morto,  il liberalismo è malato  e neanche io mi sento  molto bene  (Solferino, Milano, 2019,   pagine 185, euro 16)

La sarcastica definizione dell’intellettuale francese Raphaël Glucksmann (che nel suo libro I figli del vuoto parla appunto di «grandioso fallimento») sintetizza una considerazione tanto amara quanto realistica: l’Unione europea si disgrega, sulla scena politica internazionale si affermano i nuovi astri nascenti del populismo e del sovranismo, «la democrazia liberale che doveva estendersi su tutto il globo si ritrae a vista d’occhio». Difficile contestare quest’elenco di risultati non proprio edificanti, ottenuti da chi quel giorno di novembre del 1989 poteva con pieno diritto proclamarsi vincitore al termine di un processo storico lungo e sofferto; la vittoria del liberalismo sul comunismo, della gioia occidentale sulla cupezza sovietica.

Antonio Polito, oggi vicedirettore del «Corriere della Sera», sebbene si ritenesse ancora comunista quando il Muro crollò, quel giorno si scoprì «irresistibilmente felice» dinanzi a un evento che di fatto segnava anche la fine del suo partito, il Pci. Lo era perché, spiega nel suo libro Il Muro che cadde due volte, in quel precipitare frenetico degli eventi della storia aveva intravisto la possibilità di una nuova rivoluzione, al posto di quella che era stata invece tradita e piegata all’egemonia sovietica. Una rivoluzione liberalista, questa volta, piena di promesse di autentico sviluppo e tutela dei diritti e della dignità di ogni cittadino.

Sono passati trent’anni. Oggi il 33 per cento della produzione mondiale di beni e servizi fa capo a paesi con regimi classificati come non democratici, contro il 12 per cento del 1990. E si prevede che fra qualche anno si arriverà al 50 per cento. Il panorama è quello descritto da Glucksmann. E — scrive Polito — «noi che ci eravamo illusi di poter ricominciare, davanti alle scene dei nostri coetanei con i picconi a cavalcioni sul Muro di Berlino, oggi ci domandiamo se siamo invece condannati a vivere un secondo passato da sconfitti: allora da comunisti, oggi da liberali». Sconfitti anche rispetto al sogno di un Continente che a partire dalla riunificazione tedesca si sarebbe dovuto trasformare negli Stati Uniti d’Europa. Un’altra utopia caduta. Un’altra rivoluzione tradita.

Il percorso verso questa nuova disillusione, raccontato da Polito nel suo libro attraverso le sue vicende personali e gli occhi di quello che allora era un giornalista trentenne, è stato progressivo. Sebbene la riunificazione della Germania portasse con sé degli elementi interlocutori, e in un certo senso profetici, piuttosto evidenti (a Berlino, ricorda il giornalista, la prima scelta libera di gente oppressa da decenni fu, appunto, di fare la fila davanti ai supermarket dell’Occidente) il vento della libertà spirò ancora per qualche lustro, almeno nel vecchio continente. Seppe alimentare, per esempio, le storiche trasformazioni degli ex partiti comunisti in movimenti riformatori che ora, da sinistra, guardavano al centro. In Gran Bretagna, ricorda Polito, la metamorfosi del Labour Party operata da Tony Blair insieme con Gordon Brown e Peter Mandelson, consentì di edificare l’epoca della cool Britain, un paese che aspirava a porsi a guida della politica europea. Ambizione che sembrò concretizzarsi nel 1998, quando Blair fu il principale animatore dell’intervento della Nato in Kosovo, un’operazione definita di «ingerenza umanitaria», il simbolo di una comunità internazionale (ma soprattutto europea) che sapeva mobilitarsi in nome della giustizia.

Un’epoca piuttosto breve, però. L’unione monetaria e doganale europea realizzata poco dopo avrebbe dovuto essere accompagnata da principi di reale rappresentanza democratica, rimasti invece solo sulla carta. «Avremmo potuto e dovuto difendere l’Europa — osserva Polito — con un progetto pragmatico ed efficace e invece la caricammo di significati palingenetici e avveniristici che non potevano certo reggersi sulle fragili spalle di quel manipolo di politici non eletti o riciclati che di solito compongono le commissioni di Bruxelles».

Spietato ma difficilmente confutabile. L’Europa rimane drammaticamente legata alla dicotomia Francia-Germania, e la Brexit è un esito quasi scontato. Il sogno di una terra dei diritti e delle libertà appare tramontato a favore di un’Europa di soli doveri. «I liberali — ricorda Polito — sono stati troppo spesso dalla parte dei monopoli e delle corporazioni, per paura di toccare il mercato» e «il nazionalismo, il sovranismo, il populismo non sono altro che i frutti malati di questi errori». Del resto, nel dna del liberalismo, osserva Polito, «esiste un gene dell’elitarismo da cui bisogna costantemente guardarsi» e «la politica contro la casta, depurata da una certa rozzezza, è una forma di ribellione a questo stato di cose», a paesi troppo pieni «di ceti che si autoriproducono», in cui l’ascensore sociale è fermo e i giovani emigrano. Terreno fertile per un certo tipo di propaganda. Tuttavia, avverte Polito, «non si può spiegare il sovranismo solo con la disoccupazione e l’emarginazione sociale». L’Europa figlia dell’illuminismo si è edificata attorno alla fiducia positivista nella storia come cammino ineluttabile verso il progresso, senza tenere conto del fatto che, come diceva Karl Popper, al netto di disegni provvidenziali, non necessariamente la storia ha una direzione, se non gli si dà un robusto strattone.

«Che fare?», verrebbe allora da chiedersi leninianamente. Una risposta c’è. Secondo Polito, osservato che «la competizione non è l'unico modo di vivere», «solo una rivoluzione culturale può aiutarci a salvare di nuovo la libertà». E convincerci che, al di qua del muro, in fondo, non ci sono solo supermarket.

di Marco Bellizi

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19 novembre 2019

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