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​Promessa mantenuta

Vicinanza e condivisione. Attraverso la presenza personale che si fa ora gesto di compassione, ora preghiera silenziosa. Papa Francesco ha mantenuto la promessa di andare a Tacloban per portare la sua solidarietà alle popolazioni dell’isola di Leyte, devastata nel 2013 dal supertifone Yolanda. Una presenza fortemente voluta, nonostante condizioni meteo proibitive, che hanno imposto un rientro anticipato a Manila rispetto al programma della visita.

Come accade almeno una decina di volte l’anno da queste parti, l’area è stata interessata da una tempesta tropicale. L’ultima arrivata si chiama Amang e i suoi venti possono soffiare anche a cento chilometri orari. Ma il Papa non ha voluto mancare all’appuntamento, che era tra i motivi principali del suo viaggio nelle Filippine. È venuto fin qui per piegarsi sulle sofferenze di queste persone, che hanno pianto di commozione in alcuni momenti, ma che per la maggior parte del tempo sono state anche di capaci di sorridere felici all’atteso ospite. E seppure per poco più di quattro ore, le donne, gli uomini e i bambini di Tacloban sono tornati protagonisti della scena internazionale. Grazie a Papa Francesco, infatti, i media di tutto il mondo hanno di nuovo puntato i riflettori sulla loro tragedia e sulla loro ostinata volontà di ricominciare ogni volta daccapo nonostante tutto.

Proprio in previsione del maltempo, il Pontefice è partito in anticipo da Manila. E la forte perturbazione incontrata già durante il volo non gli ha impedito di vedere dal finestrino del velivolo delle Philippine Airlines le devastazioni provocate da quello che è stato uno dei più forti cicloni mai registrati. Ci furono oltre diecimila morti, molte strutture, compreso l’aeroporto, vennero rase al suolo, tutte le vie di comunicazione invase dalla furia delle acque. Di sicuro il Papa ha visto le palme piegate e spogliate dalla furia degli elementi; ha visto edifici coi tetti scoperchiati; detriti e macerie ancora da rimuovere. Scene di disarmante desolazione. Ma ha visto anche l’opera di ricostruzione avviata da questo popolo tenace che non ha voluto abbandonare la propria terra, nonostante le calamità continuino ad abbattersi su di essa, come il tifone Hagupit (o Ruby) del dicembre scorso, che ha causato decine di vittime e nuovi ingenti danni.

Una volta giunto nel pantano della zona aeroportuale, accolto dall’arcivescovo di Palo, monsignor John F. Du, dal governatore di Leyte e da altre autorità locali, Francesco ha compiuto un breve giro con la papamobile tra le centinaia di migliaia di fedeli accorsi da tutta la zona. Alcuni erano accampati già dalla notte precedente, nonostante la pioggia intensa e il vento caldo umido che minacciava nuovi sconquassi.

Con la talare inzuppata, per ripararsi il Papa ha indossato lo stesso impermeabile di plastica giallo trasparente dei pellegrini accorsi da ogni parte dell’isola. E lo ha mantenuto anche sopra i paramenti liturgici, quando subito dopo ha celebrato la messa. Quasi immobile, come pietrificato dal dolore, ha ascoltato assorto le letture. Poi all’omelia si è alzato in piedi, ha messo da parte il testo preparato e, avvalendosi della collaborazione dell’interprete, ha parlato con il cuore in mano nella sua lingua madre. Poche parole, pronunciate in spagnolo con la voce rotta dalla commozione. E ascoltate in un raccoglimento quasi irreale, che si è sciolto in un applauso nel momento in cui ha scandito «Dovevo essere qui», per poi divenire di nuovo silenzio, quando ha chiesto di guardare al crocifisso e alla statua mariana collocati sull’altare, per affidare a Gesù e alla Vergine il dolore di chi ha perso la casa, la famiglia, la salute.

Il rito è proseguito con letture e canti in lingua locale. Struggente il momento dell’offertorio, quando alcuni sopravvissuti hanno portato i doni all’altare con il viso rigato di lacrime e Francesco li ha consolati stringendo le loro mani. Poi al termine della messa, ha improvvisato, sempre in spagnolo, una toccante preghiera.

A bordo della vettura panoramica Francesco è poi partito subito alla volta di Palo, percorrendo una decina di chilometri tra le centinaia di migliaia di persone rimaste ad aspettarlo incuranti di tutti i disagi. Bagnate fradice e con i piedi — spesso nudi — nel fango, lo hanno salutato dalle loro umili abitazioni: baracche di lamiera, palafitte di legno, case senza intonaci né infissi, persino grandi serbatoi di metallo arrugginito. Dimore di gente che sopravvive con poco più di niente, ma capace di gioire e di condividere anche quel poco. Davanti alla porta di una di esse, il Papa si è fermato brevemente con la famiglia di un pescatore. Per i suoi bambini, una benedizione e gesti di tenerezza. Così come quelli riservati a un gruppo di familiari di vittime dell’uragano, tra cui alcuni seminaristi, coi quali avrebbe dovuto pranzare nella residenza arcivescovile. Ma l’aggravarsi delle avverse condizioni meteo ha imposto un’ulteriore accelerazione agli avvenimenti: nella dimora ancora in fase di ristrutturazione — perché anch’essa gravemente danneggiata dal passaggio di Yolanda — il Pontefice ha consumato un pasto frugale e ha comunque trovato il tempo per ascoltare le loro storie di disperazione, passandosi ripetutamente la mano sul volto, e di abbracciarli con affetto.

Di nuovo in papamobile, Francesco è poi passato davanti a un complesso di edifici, ancora da ultimare, per benedirlo: è il nuovo centro per i poveri a lui intitolato, realizzato con il sostegno del Pontificio Consiglio Cor Unum, e gestito dalla comunità carismatica di Kkottangnae, Brothers of Jesus, la stessa che il Papa visitò durante durante il viaggio in Corea. Il villaggio che ospita orfani e anziani fu fondato negli anni Settanta da padre John Oh Woong Jiin ed è stato utilizzato anche come ricovero per gli evacuati dalle calamità più recenti.

Infine il Pontefice si è recato nella cattedrale di Palo, dove si è detto dispiaciuto di dover ripartire in fretta, entro le ore 13 locali, senza potervi celebrare la liturgia della Parola. Accolto dal parroco in prossimità del patio, ha percorso la navata centrale fino all’altare per rivolgere un breve saluto ai presenti, mentre schizzi di pioggia entravano dai vetri rotti delle finestre. Per ora infatti è stato possibile ristrutturare soltanto il tetto dell’edificio di culto, che durante la seconda Guerra mondiale è stato anche ospedale militare e centro di accoglienza per civili sfollati.

Quasi a voler stemperare il clima di profonda commozione di questa intensa giornata, Francesco ha inviato a intonare il canto augurale Happy birthday per il sessantesimo compleanno del cardinale Pietro Parolin, segretario di Stato. Con la preghiera di un’Ave Maria è tornato quindi a esprimere la sua solidarietà e si è poi congedato impartendo la benedizione ai presenti.

Prima di lasciare Palo per raggiungere l’aeroporto di Ta, Papa Francesco si è fatto accompagnare al cimitero dove ha benedetto la fossa comune che raccoglie i resti delle vittime non identificate del tifone Yolanda. Infine in aereo è rientrato a Manila dove, con un altro piccolo fuori programma, è di nuovo salito sulla vettura scoperta per raggiungere la nunziatura, facendo così la di gioia dei tanti altri fedeli che presidiano le principali arterie della capitale filippina per poterlo incontrare o magari soltanto vederlo passare. Nella sede della rappresentanza pontificia il Papa è stato informato della morte a Tacloban di Kristel Padasas, la giovane volontaria uccisa da un ponteggio divelto dalla furia delle raffiche. Nelle stesse ore, nello stesso aeroporto, sempre a causa del maltempo, un jet governativo era finito fuori pista, per fortuna senza danni alle persone.

E domenica, nella capitale filippina, attendono il Papa almeno altri tre appuntamenti: con i leader religiosi, con i giovani e con i milioni di fedeli che già cominciano ad accamparsi al Rizal Park per la messa conclusiva del viaggio, dedicata proprio alle vittime del tifone Yolanda. Intanto l’intero Paese si è fermato: sin dall’arrivo di Francesco, giovedì sera, gli uffici e le scuole sono stati chiusi e nel fine settimana un fiume di persone sta continuando a riversarsi nelle strade adiacenti la vasta area verde che ospiterà la celebrazione.

dal nostro inviato Gianluca Biccini

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22 luglio 2019

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