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Promemoria del paradiso

· ​Viaggio nel Palazzo apostolico ·

Ricostruzione della decorazione del Cortile del Pappagallo (lato est)

Tutto è nato da un lacerto blu, un tralcio di vite e parte di un vaso, notati alzando lo sguardo per caso, spiega l’architetto Maria Mari parlando del suo ultimo libro Cortile del pappagallo Hortus Conclusus (Città del Vaticano, Libreria Editrice Vaticana, 2016, pagine 294, euro 48; delle introduzioni dei cardinali Pietro Parolin, Raffaele Farina, dell’arcivescovo Georg Gänswein, di monsignor Dario Edoardo Viganò, di don Giuseppe Costa e Gianluca De Marchi, pubblichiamo quasi per intero quella del segretario di Stato e parte di quella del cardinale Farina) presentato il 6 dicembre scorso nei Musei vaticani; un volume ricco di foto d’epoca rare e ricostruzioni grafiche a colori squillanti di quello che doveva essere un affresco di grande valore, sia estetico che simbolico, una sorta di voliera virtuale piena di fiori, piante e animali selvatici.

«Di solito si studia qualcosa e dall’analisi emergono particolari interessanti; in questo caso è successo il contrario, è stato trovato qualcosa che poi è stato necessario studiare» continua Maria Mari parlando del suo ultimo paziente illustre, il cortile che all’epoca di Pio iv era il cuore del Palazzo apostolico e oggi è una poco appariscente congerie di facciate sbiadite, modificate da molte stratificazioni successive, spesso non di facile interpretazione.

Nel caso del Cortile dei pappagalli, lo studio delle fonti non sempre è risolutivo, spiega Mari; quando si parla di un edificio grandissimo, composto da undicimila stanze, sottoposto a continue modifiche e rifacimenti, come il Palazzo apostolico, non è scontato che tutto lasci traccia nei diari dei cerimonieri. «Abbiamo setacciato gli archivi — continua Mari — ma si parla pochissimo di questo apparato decorativo, pur molto appariscente e molto grande, di dieci metri per venti. Nel Settecento il Taglia ne parla en passant, e ci resta la documentazione del pagamento all’autore, Taddeo Zuccari». Dalle poche informazioni certe in nostro possesso si può risalire al Papa che ne fu il committente, al suo architetto, Pirro Ligorio, e al pittore che lo realizzò, provando a intuire qualcosa del motivo per cui è nato: bosco in sedicesimo, giardino segreto e mistico hortus conclusus, una sorta di promemoria del paradiso a portata di sguardo.

“Il Palazzo - scrive il cardinale Parolin - è un’enorme pergamena scritta e cancellata e scritta di nuovo molte volte, un palinsesto. Ma l’occhio attento di chi guarda, non tanto per guardare o per soddisfare la curiositas, ma per vedere e per comprendere, legge le molteplici scritture del palazzo, i diversi strati, le fasi, il loro mutuo ricambio e rimando. Si accorge del “respiro” della casa: dove oggi ci sono vuoti ci fu un tempo in cui il vuoto fu occupato da masse e dove oggi vediamo compatte masse murarie rese omogenee da un intonaco uniforme un tempo c’era magari una loggia. Il palazzo rappresenta molto bene che cosa è la tradizione per la Chiesa.Il ricco apparato iconografico che accompagna il testo aiuta a vedere e facilita la comprensione di qualcosa che rimane pur sempre inattingibile, trattandosi della casa del Papa. È questa una dimora del tutto particolare che ha da tenere insieme il significato simbolico attribuitogli dalla fede e dallo scorrere dei secoli e quello intimo e raccolto della casa privata”.

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25 marzo 2019

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