Avviso

Questo sito utilizza cookies...
I cookies sono piccoli file di testo che aiuto a migliorare la sua esperienza di navigazione nel nostro sito. Navigando in ogni parte di questo sito lei autorizza l'utilizzo dei cookies. Maggiori informazioni sulla policy dei cookies visualizzando le Condizioni di utilizzo.

Tra politica
e fede

Santa Sede e Stati Uniti devono continuare a collaborare per la promozione della dignità umana e la tutela della libertà religiosa. Lo chiedono le 250 milioni di persone che nel mondo vengono perseguitate a vari livelli per la loro fede e e le vittime spesso mute del traffico di esseri umani. Una collaborazione che deve prescindere dalle differenze e dalle convenienze politiche. È questo il messaggio principale emerso dal simposio organizzato in Vaticano, nell’aula vecchia del sinodo, intitolato appunto «Pathways to Achieving Human Dignity. Partnering With Faith-Based Organizations», aperto con gli interventi del segretario per i Rapporti con gli Stati, l’arcivescovo Paul Gallagher (discorso che pubblichiamo qui sopra integralmente), e del segretario di Stato degli Usa Michael Pompeo. Il “ministro degli esteri” di Washington ha sottolineato lo stretto collegamento esistente fra libertà religiosa e libertà democratiche, sottolineando come la privazione della prima si verifichi sempre laddove la democrazia è annullata da regimi assolutisti. Pompeo ha voluto ricordare la storia di una donna appartenente alla minoranza islamica degli huiguri, la cui vicenda, narrata anche dal Washington Post, illustra un percorso doloroso di sequestri e torture, a dimostrazione che la persecuzione colpisce tutte le fedi indistintamente. Ha ricordato Pompeo: «San Giovanni Paolo II e Ronald Reagan (35 anni fa, quando avviarono le relazioni diplomatiche fra Santa Sede e Stati Uniti, ndr) seppero unire l’autorità morale della Santa Sede con la prosperità degli Stati Uniti per combattere l’impero del male», che oggi evidentemente si presenta con una immagine diversa. «Gli Stati Uniti sono arrivati un po’ dopo san Pietro — ha ammesso il segretario di Stato Usa — ma da sempre hanno protetto la libertà religiosa». Un impegno che, ha sottolineato, l’amministrazione Trump intende ribadire, come dimostrano la recente creazione dell’Alleanza internazionale in difesa della libertà di religione o la collaborazione con organizzazioni faith-based quali Talitha Kum.

In questa lotta, in effetti, il contributo delle organizzazioni religiose è essenziale. Ed è un contributo qualitativo, fondamentale per una comprensione accurata dei temi legati alla libertà religiosa, alla dignità umana, al diritto a uno sviluppo sano e completo della personalità. Non basta dunque puntare l’indice contro i regimi politici se non si va alla radice dell’incomprensione. Lo ha saputo mettere in evidenza con efficacia il segretario del Pontificio Consiglio per il Dialogo Interreligioso, monsignor Indunil Kodithuwakku, illustrando i momenti cruciali nella storia del dialogo tra le fedi, dalle dichiarazioni conciliari Nostra aetate e Dignitatis humanae alla Giornata mondiale di preghiera per la pace organizzata ad Assisi nel 1986, al “Documento sulla fratellanza umana per la pace mondiale e la convivenza comune” firmato ad Abu Dhabi il 4 febbraio scorso. Pietre miliari di un cammino che non può essere scadenzato dai tempi e dai meccanismi classici della (geo) politica. «Per rimediare alla violenza — ha ricordato il prelato — Papa Francesco ci esorta al dialogo. Oggi servono artigiani della pace, non istigatori di conflitto». Le organizzazioni religiose, ha aggiunto, sono come dei vigili del fuoco che spengono le fiamme della violenza ma che allo stesso tempo hanno il compito di cercare il focolaio dell’incendio.

Il primo indizio è sempre la divisione e l’incomprensione. Lo ha spiegato bene Nayla Tabbara, vicepresidente della Adyan Foundation libanese, organizzazione nata da un’iniziativa congiunta cristiano islamica grazie alla quale vengono formati migliaia di studenti preparati a diffondere i valori della pace e della convivenza. L’incomprensione spesso nasce dalle stesse parole, e per questo Tabbara invita a riflettere come nella società islamica sia più felice l’espressione “libertà di religione” più che “libertà religiosa”, definizione che può più facilmente generare fraintendimenti nelle società dove l’ortodossia religiosa non è derogabile. Il valore irrinunciabile delle organizzazioni religiose nella promozione della dignità umana è proprio questo, come afferma anche Giampaolo Silvestri, segretario generale della fondazione Avsi: nelle loro attività umanitarie gli enti a ispirazione religiosa si distinguono per «l’apertura a tutti senza distinzioni o pregiudizi», «promuovono l’inclusione», «sono vicine alle persone», più che alle istituzioni. Ma soprattutto sono capaci di «riconoscere la rilevanza del “senso religioso”» nella vita di ogni individuo, di qualsiasi religione. (m.b.)

EDIZIONE STAMPATA

 

IN DIRETTA

Piazza S. Pietro

15 dicembre 2019

NOTIZIE CORRELATE