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L’eredità di Agnese

· Nella memoria cristiana tardoantica ·

facile indovinare la fortuna che il culto della martire Agnese ebbe a partire dagli anni centrali dell’età tardoantica, quando la devozione dei membri dell’entourage imperiale e dei pontefici del iv, del v e del vii secolo, come riferito puntualmente da rapidi quanto significativi passaggi del Liber Pontificalis, portò alla creazione di un articolato e imponente complesso architettonico, specificatamente concepito come un agglomerato di monumentali edifici, destinati a custodire le spoglie della santa, a esaltarne il luogo della sepoltura e a dar vita a spazi funerari eccezionali, primi fra tutti l’ambizioso mausoleo di Costantina e l’annessa basilica circiforme.

Ma procedendo con ordine, dobbiamo rilevare che sono meno facili da individuare le coordinate storiche e cronologiche riferibili al martirio della piccola Agnese, che la Depositio Martyrum non manca di ricordare al 21 gennaio sulla via Nomentana.
Infatti, lo stesso Damaso, l’instancabile papa-archeologo, in un carme iscritto ora conservato lungo lo scalone d’accesso al nartece della basilica onoriana, apre il suo racconto dedicato alla santa, dichiarando al lettore le sue incertezze e specificando che le vicende gli sono note solo per via indiretta o — meglio ancora — per una storia raccontata, secondo la tradizione, dagli stessi genitori della fanciulla. La versione damasiana del martirio narra che, in concomitanza con delle imprecisate persecuzioni, Agnese, ancora legata al seno della nutrice, si sia offerta spontaneamente alla rabbia del tiranno, subendo la condanna tra le fiamme; condotta nuda al supplizio — continua Damaso — i capelli le crebbero prodigiosamente coprendo le nudità, per far sì che nessuno dei presenti potesse violare con lo sguardo quel tempio illibato del Signore.
Tuttavia, nel medesimo frangente cronologico, al racconto damasiano, si affianca quello del vescovo di Milano Ambrogio, che, nel suo De Virginibus, tramanda una storia divergente da quella nota a Roma, tanto che il martirio del vivicomburium viene sostituito con la decapitazione, mentre al prodigio dei capelli che scendono per coprire il corpo nudo della condannata, subentra quello di un panno che le si avvolge miracolosamente attorno. Per il resto, le due versioni coincidono nel ritrarre Agnese come una giovane fanciulla, casta, pura e coraggiosa, al punto di cercare autonomamente il martirio e disposta alla morte pur di conservare intatta la sua verginità. Questi tratti peculiari confluiscono in un inno che Prudenzio compone, ormai agli inizi del v secolo, in onore della giovane, che anche agli occhi del poeta spagnolo conserva tutte le sue eccezionali qualità morali, mentre il martirio viene raccontato unendo la tradizione damasiana delle fiamme con quella ambrosiana della decollatio, a cui si aggiunge, però, l’episodio dell’esposizione della giovane in un lupanare, dal quale esce totalmente illibata, il tutto secondo un espediente narrativo volto a enfatizzare maggiormente la divina castità e purezza della martire fanciulla.
Ebbene, proprio l’incertezza dei dati desumibili dai racconti che circolavano tra la fine del iv secolo e gli inizi del v riguardo al martirio di sant’Agnese ha costretto gli studiosi a riesaminare il complesso catacombale con sguardo più attento, cercando di far coincidere il dato monumentale con le testimonianze storiche disponibili. Per primo, Amato Pietro Frutaz propose che le persecuzioni menzionate nell’iscrizione di Damaso fossero quelle volute da Diocleziano tra il 303 e il 304. Tale ipotesi, tuttavia, come ha ben puntualizzato Umberto Maria Fasola, non trova conferma dai rinvenimenti archeologici. La tomba di Agnese, infatti, si colloca in una regione delle catacombe caratterizzata da una serie di peculiarità che si riscontrano unicamente nelle aree cimiteriali più antiche e, nello specifico, in quelle riferibili al iii secolo. In questo senso, parlano le iscrizioni estremamente laconiche, i diaframmi ampi lasciati tra i loculi scavati nel tufo e la regolarità con cui vengono progettate le varie gallerie. A questo punto, è piuttosto intuitivo ricollegare le persecuzioni ricordate da Damaso con quelle di Decio o di Valeriano che proprio intorno alla metà del iii secolo avevano fatto crescere in maniera esponenziale i processi e le condanne nei confronti dei cristiani; a questo punto, inoltre, si spiegano bene le reciproche divergenze tra la narrazione damasiana, ambrosiana e prudenziana di cui si è già detto, poiché raccontano di fatti accaduti almeno un secolo prima e di cui, evidentemente, si stava perdendo la memoria storica.

di Fabrizio Bisconti

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21 marzo 2019

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