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Profezia e conversione

· Dal romanzo di Victor Hugo all’epifania di Paul Claudel ·

Tristemente profetico fu Victor Hugo. All’inizio del romanzo Notre Dame de Paris (1831) lo scrittore francese, allora ventinovenne, descrive, con una florida e accattivante aggettivazione, l’incendio della cattedrale di Parigi. «Il clamore era straziante. Tutti gli occhi si erano alzati verso il sommo della chiesa, ciò che vedevano era straordinario. In cima alla galleria più elevata, più in alto del rosone centrale, c’era una grande fiamma che montava tra i due campanili, con turbini di scintille, una grande fiamma e furiosa, di cui il vento a tratti portava via un limbo nel fumo».

Una stampa del 1873

Se Victor Hugo fosse stato presente, lunedì 15 aprile, all’incendio che ha realmente divorato la cattedrale, probabilmente avrebbe usato le stesse parole, ed evocato la stessa lugubre atmosfera. Hugo aveva immaginato quell’incendio come una risposta polemica, quasi un’invettiva, alle autorità competenti da lui ritenute responsabili dello stato di incuria in cui versava una chiesa così importante, o meglio, un simbolo così imponente della Francia, di cui essere orgogliosi.

Addirittura lo scrittore — che proprio grazie a quel romanzo s’impose sulla scena letteraria (trent’anni più tardi avrebbe composto il suo capolavoro, I Miserabili) — contava a raccogliere fondi, in virtù degli introiti derivanti dalla pubblicazione del libro, da destinare ai necessari restauri dell’intera struttura. Nel promuovere la causa volta a raccomandare i lavori di ristrutturazione, Hugo scrisse: «Il tempo è cieco e l’uomo è stolto. Se avessimo il piacere di esaminare a una a una le diverse tracce di distruzione impresse sull’antica chiesa, quelle dovute al tempo sarebbero la minima parte, le peggiori sarebbero dovute agli uomini».

Mentre dunque, lunedì 15 aprile, le fiamme, inclementi, devastavano la cattedrale — una delle costruzioni gotiche più celebri del mondo e dal 1991 patrimonio dell’umanità dell’Unesco — il pensiero di chi ha letto il romanzo è subito andato all’amore di Hugo per quell’edificio di culto. E nel vedere attoniti quelle impietose fiamme langueggianti è sembrato di rivivere, sul filo del ricordo letterario, lo struggente amore di Quasimodo, il campanaro gobbo, guercio e sordo, per Esmeralda, la bella e carismatica zingara. Un amore che spicca ancor più limpido perché messo in antitesi con le subdole macchinazioni di monsignor Frollo, arcidiacono della cattedrale, anch’egli innamorato di Esmeralda, e deciso a usare i più abietti mezzi pur di possederla.

Quelle fiamme che ora hanno sfregiato e deturpato la cattedrale sono le fiamme che Hitler avrebbe voluto divampassero non solo a Notre-Dame ma in tutta Parigi: obiettivo crudele e perverso magnificamente raccontato da Larry Collins e Dominique Lapierre in un classico della letteratura della seconda guerra mondiale, Parigi brucia? (1964). L’incendio ordinato da Hitler, che voleva vennissero distrutti anzitutto i monumenti e i luoghi simbolo della capitale francese, non ebbe mai luogo, e la città della Senna passò dall’incubo della distruzione alla battaglia per le strade, fino alla sospirata liberazione.

Dalla finzione, per quanto profetica di Hugo, al romanzo-cronaca di Collins e Lapierre, fino alla realtà storica. La cattedrale di Notre-Dame ha segnato tappe emblematiche lungo il cammino della storia, e ha contribuito a suscitare eventi di affascinante significato. Si pensi, al riguardo, alla conversione di Paul Claudel — poeta, drammaturgo e diplomatico francese — che il 25 dicembre 1886 entrò ateo nella cattedrale e ne uscì cantando il Magnificat. Quell’eccezionale epifania venne così descritta dallo stesso Claudel: «Io ero in piedi tra la folla, vicino al secondo pilastro rispetto all’ingresso del Coro, a destra, dalla parte della Sacrestia. In quel momento capitò l’evento che domina tutta la mia vita. In un istante il mio cuore fu toccato e io credetti. Credetti con una forza di adesione così grande, con un tale innalzamento di tutto il mio essere, con una convinzione così potente, in una certezza che non lasciava posto a nessuna specie di dubbio che, dopo di allora, nessun ragionamento, nessuna circostanza della mia vita agitata hanno potuto scuotere la mia fede né toccarla. Improvvisamente ebbi il sentimento lacerante dell’innocenza, dell’eterna infanzia di Dio: una rivelazione ineffabile!».

Sebbene abbia sofferto danni e razzie durante la Rivoluzione francese (agli atti vandalici sopravvisse la campana Emmanuel, che con il suo rintocco ha segnato i momenti più importanti della storia della Francia, fra cui la fine della seconda guerra mondiale) la cattedrale di Notre-Dame è sempre stata il fiore all’occhiello dei francesi. Il 2 dicembre 1804 vi avvenne l’incoronazione di Napoleone a imperatore dei francesi, alla presenza di Papa Pio VII: avvenimento poi immortalato dal pittore Jacques-Louis David nel quadro ora esposto al Louvre. Fu la prima volta che la cerimonia dell’incoronazione aveva luogo nella cattedrale di Notre-Dame: le altre erano avvenute nella cattedrale di Reims (a parte quella di Enrico iv, che ebbe luogo a Chartres). E nella cattedrale di Notre-Dame avvenne, il 18 aprile 1909, la cerimonia di beatificazione di Giovanna d’Arco, eroina nazionale francese e venerata come santa dalla Chiesa cattolica. Avvenimento questo che contribuì a radicare il valore della cattedrale quale simbolo cattolico di Parigi.

di Gabriele Nicolò

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14 ottobre 2019

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