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Profeta globale

· ​A venticinque anni dalla morte di padre Arrupe ·

In una nostra traduzione pubblichiamo, quasi per intero, un articolo uscito sul quotidiano spagnolo «abc» del 5 febbraio, a firma del gesuita rettore della Pontificia università di Comillas.

Oggi ricorre il venticinquesimo anniversario della morte di padre Pedro Arrupe (1907-1991). Per l’occasione vorrei ricordare alcune sue riflessioni ed esperienze che hanno fatto di lui uno straordinario testimone e profeta dell’incontro tra culture e religioni. I cambiamenti socioculturali degli anni Sessanta servirono da “input” dell’impressionante divenire e delle circostanze vissute da Arrupe. Senza quei componenti difficilmente potremmo capire come un superiore generale appena eletto della Compagnia di Gesù, nel 1965 — l’anno della chiusura del concilio — abbia potuto parlare di cultura dicendo che è «scienza e arte, amore e azione, tecnica e vita politica; è anche adorazione e preghiera, infinita aspirazione religiosa e religione determinata». Questa comprensione armoniosa e inclusiva fissa come primo compito di ogni cultura quello di «riunificare l’uomo reintegrando il suo sapere», perché la frammentazione finisce col generare un immenso vuoto spirituale che né il progresso tecnico né il benessere materiale possono colmare. Il Vangelo è dunque cammino solo se s’incarna in una cultura, ed essendo radicalmente culturale, è anche transculturale.

di Julio Luis Martínez

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20 settembre 2019

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