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Profeta di un futuro distopico

· A cent'anni dalla nascita ricordiamo Primo Levi scrittore di fantascienza ·

 Da testimone a profeta. Chi ha visto Auschwitz, il mondo capovolto, e ne è scampato, ha guardato attraverso un prisma che gli ha mostrato, su un tavolo settorio, i funzionamenti dell’animo umano portato all’estremo delle sue possibilità di messa alla prova come carnefice, come vittima, come indifferente: ha visto, dunque, tutto. Quello che è stato, che è e che potrà essere. Sa che la Storia è nelle mani, per dirla con Primo Levi, del Fabbro di se stesso, l’uomo.

Levi, abitato da Auschwitz fino all’ultimo, ne fu testimone. Ma fu anche — ed è — profeta del futuro distopico e possibile al quale il Fabbro-uomo può mettere mano. Fu quest’urgenza che fece di lui anche uno scrittore di fantascienza: l’urgenza di profetizzare. Come tutti i profeti, che parlano quando è opportuno ma soprattutto quando non lo è, ebbe cattiva accoglienza e scarso ascolto. Non stupisce. Storie Naturali e Vizio di Forma due opere diverse nella struttura ma coerenti fra di loro, partono, infatti, dall’utopia capovolta del nazionalsocialismo decontestualizzata dagli anni Trenta-Quaranta e trapiantata — con i suoi semi vitali — fino al terzo millennio. Tutto questo in anni in cui si preferiva l’esorcismo del passato alla sua comprensione. Il doppio ciclo di racconti si chiude, inoltre, con l’Apocalisse — la rivelazione delle cose ultime — del pianeta. Il Fabbro (nel racconto Ottima è l’acqua) ha scelto la via del carnefice dell’ambiente, ma soprattutto dell’indifferenza al grido del Creato. Ed il pianeta si è ribellato al suo giogo, con le sue acque sempre più vischiose, ostili, inadatte alla vita e decise a scatenare il collasso ecologico, con l’esercito degli alberi e delle piante — lo si legge nel racconto Ammutinamento — a precederle nella rivolta, nel complotto, nell’odio per il padrone insensibile e arrogante di ogni cosa. La condanna del Fabbro — narra Levi — sarà non poter neppure versare lacrime, troppo dense per scorrere, in un mondo in cui «non c’è più nulla di verde e di vivo» e dove «il male ci ha colti di sorpresa prima che lo comprendessimo». Dall’acqua siamo venuti e l’acqua ci riprenderà. La profezia di Levi, l’avvertimento che ci lancia, sta qui. Il male coglie di sorpresa chi non ne sa cogliere i segni. È accaduto, dice il Levi-testimone. Potrebbe riaccadere, in coerenza con le premesse storiche e con la conoscenza dell’animo umano che lo spaventoso esperimento sociale di Auschwitz ha consentito di acquisire. Dai lager alla catastrofe ambientale che può essere. È il Levi-profeta che cerca di avvisarci perché non siamo, ancora una volta, colti di sorpresa dal male. A rileggerli oggi quei racconti, che all’epoca dovettero essere presentati come “divertimenti” per essere catalogabili (dato che chi non cataloga sembra sia perduto) avrebbero già dovuto renderci seriamente inquieti. L’ex deportato ebreo numero 174 517, nato nel 1919 e che ha scritto dalla metà degli anni Quaranta fino a quelli Ottanta, ha colto molti segni del futuro possibile e in parte realizzato dopo la sua morte. Il racconto A fin di bene, intriso di paternalismo cannibale fin dal titolo, altro non è che l’annuncio dell’era dei social network che prendono vita quasi autonoma con l’avvento dell’intelligenza artificiale. Il chimico, l’ex deportato, lo scrittore Levi la chiama proprio così, la Rete, la vede nascere dalla connessione delle reti telefoniche del continente e ne profetizza la pervasiva e totalitaria presenza: la Rete impone contatti ed amicizie, prende il controllo delle rubriche personali, riprende, ammonisce, suggerisce, sermoneggia, catechizza, dirige. La Rete è politicamente corretta e vuole che tu lo sia. Non solo. Avendo bisogno di più infrastruttura per compiere la sua benefica missione è in grado di ordinare a sottoposti umani — disabituati a domande davanti a comandi — di poggiare fili, cavi e connettere nuovi nodi, attraverso i quali gestire — a fin di bene — la società degli uomini. Levi-profeta non poteva su questo avere alcun presagio che non gli venisse dall’aver conosciuto le estreme potenzialità distruttive e costruttive dell’uomo, inteso come individuo e come parte della società. Nel suo futuro, annunciato per prevenirlo, l’uomo è sterile, inquadrato e cadavericamente ubbidiente come una formica, che lascia solo al potere — la regina — il privilegio della fecondità e della creatività. La scienza e la ricerca — alle quali Levi ha più volte chiesto un codice deontologico equivalente al giuramento di Ippocrate per i medici — si mettono al servizio del mondo capovolto in cui “il bello è brutto ed il brutto è bello”. Così una buona pratica epigenetica oggi annunciata non a caso da un chimico come Levi, la scienziata premio Nobel 2018 Frances H. Arnold, viene prevista dal Nostro, ma nei suoi usi distorti, fin dal racconto Angelica Farfalla, scritto negli anni Cinquanta. La Arnold parla oggi di «imitazione dei meccanismi dell’evoluzione naturale» per fabbricare organismi utili all’alimentazione, alla cura delle persone, alla vita umana. Un immaginario dottor Leeb, scienziato nazista evocato da Levi, scompare alla fine della guerra lasciandosi dietro i resti umani di un infernale esperimento. Forzare l’evoluzione naturale, visto che la si può imitare. Ed applicare questa follia all’uomo per ottenerne la forma perfetta, paragonabile ad una farfalla nata dal bruco. «Credo che del dottor Leeb — dice il colonnello che investiga — si risentirà parlare». E di questo ci avverte Levi. Il dottor Leeb è là fuori. Apriamo a questo punto, il racconto Procacciatori d’affari. Tre emissari soprannaturali di presentano a S., non nato. Nascere ed incarnarsi è una scelta. A lui viene chiesto di nascere per salvare il mondo, di «combattere il Male in tutte le sue forme». Per la sua specialissima missione avrà un salvacondotto contro dolore, sconfitta, umiliazione, morte che gli consenta di dedicarsi solo alla lotta per la Salvezza. S. il non nato, accetterà. Ma preferirà nascere «a caso, fra i predestinati alla servitù o alla contesa fin dalla culla, se pure avranno una culla. Preferisco esser solo a fabbricare me stesso, accetterò il destino di tutti. Il cammino dell’umanità inerme e cieca sarà il mio cammino». È la salvezza, vista da chi ha visto tutto. L’arrivo di un Fabbro, inerme e cieco, che muoia con noi.

di Chiara Graziani

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21 ottobre 2019

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