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Profeta della porta accanto

· Ricordo di don Giovanni Barbareschi ·

Don Barbareschi con Carlo Maria Martini nel 2009

Libertà è la parola che forse meglio di altre da un’idea di chi è stato don Giovanni Barbareschi (morto il 4 ottobre scorso a 96 anni) come uomo e come sacerdote. Se ha potuto essere un maestro per generazioni di giovani milanesi nei licei ma non solo è perché lui per primo ha sperimentato come fosse duro conquistare quella libertà da molti enunciata solo a parole, combattere per sé e per gli altri, generosamente anche a rischio della vita. Fino all’anno scorso, benché fiaccato nel fisico, don Barbareschi non si tirava indietro quando lo chiamavano nelle scuole, nelle associazioni giovanili, nei centri culturali a parlare della lotta di liberazione. Sono rimaste memorabili alcune registrazioni di suoi interventi diffusi anche su YouTube, l’atmosfera e il calore con cui i giovani accoglievano la sua testimonianza, l’empatia straordinaria tra generazioni. Un esempio pressoché unico di saper parlare ai giovani con la forza delle idee e del cuore, la lucidità di una fede vissuta in maniera molto autentica e profonda, l’ispirazione umana e religiosa del suo parlare.

Il battesimo di don Giovanni come prete lo ebbe nel carcere milanese di San Vittore. E questo dice tanto. Le storie umane vissute dentro quelle mura e quelle celle sono un pezzo dell’Italia moderna, memoria e luce per il futuro, fiume carsico a cui attingere in passaggi di disorientamento. Anche attraverso i patimenti e le ingiustizie lì perpetrate e alla forza umana di farvi fronte sono nate la Repubblica, la democrazia, la Costituzione e un modo nuovo del cristianesimo di porsi in ascolto della storia e in sintonia con lo sviluppo civile, sociale, culturale del paese. A San Vittore don Barbareschi finì all’indomani della sua ordinazione, a metà dell’agosto 1944. La sua scelta da che parte stare l’aveva già fatta vivendo le prime esperienze degli scout clandestini. Le famose Aquile Randagie. Come tanti laici e sacerdoti, persone già impegnate nella Chiesa o semplici fedeli colpiti dall’efferatezza della guerra, don Barbareschi si adoperò per salvare ebrei e per creare le condizioni di un riscatto delle coscienze. Insieme a Teresio Olivelli, di recente proclamato beato, riuscì a far passare in Svizzera almeno mille persone. E sempre con Olivelli realizzò un giornale, «Il Ribelle». “Ribelli per amore” era il motto di questi giovani. Combattevano non contro qualcuno, ma per qualcosa. Un motto che consentì a chi sopravvisse a quei giorni tremendi di fare opera di pacificazione e di battersi per evitare quelle vendette che avrebbero inasprito il clima politico, sociale, civile del primissimo dopoguerra. Un orientamento che rispondeva all’animo profondo di don Giovanni, ma che riproduceva in pubblico una scelta precisa del suo arcivescovo, il cardinale Schuster. Con questi don Barbareschi condivise momenti drammatici e il clima di ricostruzione, il bisogno di giustizia e di riscatto dell’umano. Un episodio vale a testimoniare la sintonia tra loro. Quando don Giovanni appena liberato da San Vittore si presentò pesto e con un braccio rotto a Schuster (i fascisti erano andati giù pesanti) questi gli andò incontro, gli si inginocchiò davanti e prendendogli le mani disse: «Così la Chiesa primitiva salutava i suoi martiri». Un abbraccio e un pianto salutarono la libertà ritrovata.

La collaborazione con gli arcivescovi di Milano è stata un’altra cifra del contributo di don Barbareschi. Martini gli affidò l’organizzazione della “Cattedra dei non credenti”. Aveva apprezzato la capacità di incontro con le persone, di dialogo, di confronto tra culture e mentalità. Soprattutto apprezzava il coraggio di questo prete nell’affrontare situazioni anche complicate dell’animo umano. Molti preti in difficoltà, giovani e meno giovani, vennero affidati alla sua capacità di ascolto, di comprensione, di genuinità.

Ai confratelli sacerdoti e ai giovani che dagli scout, alla scuola, all’Alpe Motta portava tutti insieme nel cuore pensò ancora a primavera, quando volle che fosse ripubblicato un libro da lui scritto trent’anni prima, Memoria di sacerdoti Ribelli per amore. La pubblicazione raccoglie la testimonianza di preti noti e meno noti protagonisti di una risposta d’amore, appunto, alla violenza della guerra. L’aveva voluta allora il cardinale Martini, che aveva fatto la prefazione per dire che «i ribelli per amore» erano stati la testimonianza più viva ed efficace «dell’umano contro il non umano». Un umano che ha individualità riconoscibili, come quella di don Giovanni Barbareschi, ma spesso non reca memoria né di nomi né di volti. Sono quei profeti della porta accanto che tanto piacciono a papa Francesco. E che, come don Giovanni ha insegnato, fanno la storia da protagonisti.

di Marco Garzonio

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