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​Profeta della giustizia

· Il Papa ha pregato sul luogo dove a La Paz è stato assassinato il gesuita Luis Espinal Camps ·

Il 21 marzo 1980 la città di La Paz (Chuqiyapu, in quechua e in aymara) capitale della Bolivia, fu scossa dalla notizia dell’assassinio del padre gesuita Luis Espinal Camps, giornalista, fondatore e direttore del settimanale cattolico «Aqui». Numerosi comunicati stampa e articoli di giornali non esitarono a definirlo «profeta della giustizia», «instancabile difensore dei diritti umani, «voce di chi non ha voce» «martire della democrazia», legando le lodi a un interrogativo inquietante: perché è morto? perché l’hanno torturato così crudelmente? 

Una folla composta da oltre ottantamila persone accompagnò al cimitero i suoi resti mortali, mentre mille funerali simbolici celebrati nelle città e nei villaggi del Paese dimostrarono come e quanto la Bolivia cristiana avesse compreso il sacrificio del gesuita spagnolo, martire per la libertà di un Paese al quale aveva donato il meglio di se stesso.
Nato nel 1932 nel villaggio di San Fruitós de Bages, in Spagna, Luis crebbe in un ambiente familiare cristiano. Tre fratelli si consacrarono alla vita religiosa. Nel 1944, avvertendo i primi germi della vocazione, entrò nel seminario minore dei gesuiti a Roquetas con la volontà di seguire Cristo nel servizio dei fratelli. Durante gli studi di filosofia fondò con alcuni colleghi la rivista «Selecciones de Teología»; a 30 anni fu ordinato sacerdote a Barcellona dopo aver insegnato greco e studiato filosofia nell’università locale e tecniche della comunicazione sociale a Bergamo. Lo attendevano due anni di intenso lavoro nel settore dei mass media in Catalogna con réportages televisivi, articoli di critica cinematografica sulle riviste «Sipe» e «Reseña», nonché un’impegnativa collaborazione a vari giornali e periodici. Iniziò una serie televisiva tra le più seguite nella nazione, «Cuestión Urgente», che analizzava criticamente temi religiosi di attualità nonché le povertà emergenti. Un’inchiesta televisiva sui suburbi di Barcellona, in cui metteva a nudo con estremo realismo le miserie dei “barrios” più poveri, fu censurata. Accettò allora l’invito di un vescovo boliviano che aveva bisogno di un professore per l’università cattolica di La Paz, dove i suoi confratelli catalani erano impegnati da vari anni nell’attività missionaria. Grazie alla sua specializzazione nel settore dei mass media, ebbe subito la cattedra nell’università cattolica e l’impegno di collaborare alla locale Radio Fides. Per la televisione iniziò il programma «Carne viva» e nel 1979 fondò il settimanale «Aquì», un giornale di poche pagine, ma che si sforzava di dar voce ai poveri facendo anzitutto parlare la forza liberatrice del Vangelo. Per questo scelse di vivere a fianco di alcune famiglie di minatori, con le quali passò le tre settimane di sciopero della fame. Se il gesto ebbe un’ottima risonanza nei cristiani, acuì l’arroganza di gruppi che ne reclamavano la morte.
«Espinal — commentò un giornalista de “La Vanguardia” di Barcellona, suo ex collega di lavoro — non è stato un martire della democrazia, come alcuni si ostinano a dire, ma un martire della fede e della giustizia, perché questa è la ragione ultima del lavoro d’un gesuita autentico al giorno d’oggi». La mattina del 21 marzo 1980 fu ucciso, come lui stesso aveva previsto. L’ultimo giorno di lavoro al giornale, poche ore prima di essere catturato, aveva scritto: «Le minacce non riusciranno a mutar la mia condotta di una virgola».

di Egidio Picucci

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