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Primo sì al referendum
contro Maduro

· Rischia di acuirsi la crisi politica venezuelana ·

Rischia di acuirsi ulteriormente lo scontro politico in Venezuela. La direttrice del Consiglio nazionale elettorale, Tibisay Lucena, ha annunciato che sono state verificate le firme necessarie per dare inizio alla convocazione di un referendum per la revoca del mandato presidenziale di Nicolás Maduro.

Esponente dell’opposizione di fronte ai poliziotti a Caracas (Afp)

In una conferenza stampa a reti unificate, Lucena ha detto che l’opposizione, come prevede la Costituzione, ha ottenuto il consenso dell’un per cento degli iscritti nelle liste elettorali dei 24 Stati venezuelani. Secondo l’iter previsto per la convocazione del referendum, promosso dalla coalizione antichavista del Tavolo dell’unità democratica, sarà necessario ora raccogliere le firme di almeno il 20 per cento degli iscritti nelle liste elettorali a livello nazionale, pari a circa quattro milioni di cittadini.
Intanto, stretto alle corde da una drammatica crisi economica che ha compromesso la distribuzione di alimenti nel Paese, Maduro ha ordinato che le aziende pubbliche e private cedano allo Stato i loro dipendenti per almeno 60 giorni per partecipare alla produzione agroalimentare. In base ai poteri speciali che il Governo si è attribuito per affrontare l’emergenza economica, Maduro ha disposto che questa misura si applichi a «tutti i datori di lavoro del Paese, pubblici, privati, di proprietà sociale o misti».
Il decreto non specifica quali saranno i meccanismi per regolamentare la “cessione” dei lavoratori allo Stato, pur precisando che si deve trattare di persone che dispongano delle «condizioni fisiche adeguate» e di «conoscenze teoriche e tecniche» delle attività agroalimentari. Il presidente della Confindustria di Caracas, Francisco Martínez, ha respinto la misura, definendola «una palese violazione della libertà dei lavoratori» e un «regime di schiavitù statale retribuita», in chiara violazione delle convenzioni sottoscritte dal Paese in materia di lavoro. Da parte sua, la responsabile per l’America latina di Amnesty International, Erika Guevara-Rosas, ha detto che «cercare di risolvere la crisi alimentare forzando la gente ad andare a lavorare nei campi è come cercare di curare una gamba fratturata con un cerotto».

La misura, senza precedenti, è vista dagli analisti come l’ennesimo tentativo disperato di Maduro per controllare una situazione che potrebbe sfociare in una rivolta sociale. L’opposizione ha chiesto la dichiarazione dell’emergenza umanitaria nel Paese, ma Maduro ha bocciato l’iniziativa — come tutte quelle approvate dal Parlamento da quando è passato in mano all’antichavismo — insistendo sul fatto che la crisi è causata da una presunta «guerra economica» lanciata contro il suo Governo dall’«oligarchia traditrice» e l’«imperialismo americano». Così, in poche settimane l’erede di Chávez ha prima annunciato la creazione dei Comitati locali di militanti chavisti per la distribuzione di alimenti, poi la militarizzazione di fatto della distribuzione del cibo. Queste misure, però, non hanno funzionato, e il numero di attacchi e saccheggi di magazzini e supermercati è in costante aumento in tutto il Paese.

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