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​Prima Palermo e poi Monaco

Nello spazio breve di una recensione, solo alcune, minime note si possono stendere nel merito di questo esile libro, densissimo di implicazioni teologiche, filosofiche, artistiche, di critica d’arte e letteraria.
Intorno ai quadri delle annunciate più innovative di Antonello, quello di Palermo di Palazzo Abatellis e quello di Monaco delle Bayerische Staatsgemäldesammlungen, posti anche a confronto con vari altri dipinti coevi e no, Naro ipotizza una teologia dell’annuncio che, a partire dal tema centrale dell’Annunciazione — di cui la pericope lucana costituisce l’“abbrivio”, tanto per il pittore e lo spettatore, quanto per il teologo e il lettore — da subito si apre all’esortazione evangelica della missionarietà, questo mandato che costituisce lo statuto della vita cristiana stessa. 

Antonello da Messina, «L’Annunciata» (1473)

In tal senso, per intuire preliminarmente cosa sia annuncio, di per sé — indipendentemente dalle reazioni esteriori, bensì nei suoi effetti oggettivamente —, al brano del primo capitolo di Luca (1, 26-38) si accostano gli altri episodi di annuncio dello stesso evangelista: l’annuncio della Risurrezione da parte dei discepoli di Emmaus (24, 13-35) e quello dell’apostolo Filippo all’eunuco etiope, funzionario della regina Candàce, di Atti 8, 26-40. Le analogie e le corrispondenze che si stabiliscono tra i tre diversi contesti, non più solo narrative, si rivelano paradigmatiche di “realtà”, là dove l’assenza nell’ordine del visibile — «l’Angelo partì da lei» (lei, che poi si mette in viaggio, nella gioia infine traboccante nel Magnificat); «Lui sparì dalla loro vista» (al suo posto rimase il pane sulla mensa, spezzato per loro: da questo segno lo riconobbero e ardenti di gioia i discepoli prontamente si misero in viaggio); «lo Spirito del Signore rapì Filippo e l’eunuco non lo vide più» («e proseguì pieno di gioia il suo cammino») — rimanda a una presenza trascendente e profondissima al tempo stesso, di inattingibile altezza e di umilissima intimità, un’altezza che si attenda. Un apparente, paradossale ossimoro tra mittente e destinatario che per dirla con Romano Guardini ha le caratteristiche della polarità e costituisce piuttosto una dualità solidale.
I quadri delle vergini annunciate di Antonello sono spogliati di ogni elemento della tradizione iconografica delle annunciazioni, manca persino il messaggero dell’annuncio. Ed è questa una prima interferenza di campi, tra arte e teologia, nell’ottica di una visione che subito dall’annunciazione si volge all’annuncio chiedendosi in primo luogo cosa esso sia in sé, nel suo compiersi, per distillare una teologia dall’annuncio inteso come il dirsi di Dio, a partire da ciò che è vera notizia: qualcosa che, indipendentemente dalle reazioni, può intuirsi dagli effetti, per cui l’annuncio trascende l’uditore e si annuncia, al tempo stesso raggiunge l’interlocutore per esserci.
Naro concettualizza la cosa in estrema sintesi come l’«assolutezza paradossalmente relazionale» del dirsi di Dio. Se è pur vero che ogni ossimoro è un paradosso in sé, nella asimmetria delle misure l’alto e il basso di questo paradosso si dispiegano in una polarità solidale: la più alta trascendenza si accasa nell’interiorità, e si compie. Ma già il saluto dell’angelo in sé, «Ave, piena di Grazia, il Signore è con te» esprime «qualcosa che non è solo nel personaggio annunciante ma anche e soprattutto nella sua interlocutrice», «colui che porta l’annuncio si accorge con meraviglia — lui per primo — che esso è già presente in colei che riceve l’annuncio».
Una seconda interferenza non meno rilevante si attesta sul versante dell’ermeneutica filosofica, per cui mentre l’autore accoglie la prospettiva fenomenologica della eccedenza del quadro, di quel più che l’opera esprime non dicendo, in qualche modo oltrepassa quella medesima prospettiva: Naro muove dalle acquisizioni ultime dell’indagine fenomenologica, con Jean-Luc Marion, autore di Dato che. Saggio per una fenomenologia della donazione, e attraverso una visione teologica — già in questo dirsi di Dio, che è subito un darsi — apporta elementi nuovi alla soglia ove si arresta l’indagine filosofica.
A differenza della parola del mondo, la Parola della Vita si mostra nel generarsi, donandosi. Anche per questo una teologia dall’annuncio può apportare in qualche modo argomentazioni preziose al pensiero fenomenologico.
Ma così, scandagliando gli elementi iconografici e soprattutto le pose di Maria, sotto l’aspetto della critica d’arte il percorso di lettura teologica delle opere esaminate consente una revisione della cronologia ipotizzando una inversione: il dipinto di Palermo sembra cogliere Maria al primo impatto con il messaggero e l’annunzio, mentre quello di Monaco la rappresenta quando ha già pronunciato il suo “fiat”, «accettandone le conseguenze e assecondandone le esigenze, incrociando perciò le braccia sul proprio grembo, quasi ad abbracciare già in sé il Figlio».
Accomuna entrambe le esecuzioni il libro aperto sul leggio: sono le Scritture, più che l’Angelo, a portare la bella notizia del Verbo che si fa carne, le Scritture che come l’Angelo, nella fattispecie dei due quadri di Antonello, rischiano l’invisibilità, se non comprese. Mentre Maria si fa «uditrice della parola», per usare una formula cara a Rahner, la custodisce in sé.
L’ulteriore interferenza, appartenente alla Parola principiale medesima, pertiene alla poesia, là dove la parola di verità che l’opera d’arte riesce a pronunciare nella sua autenticità è parola aperta. Un’opera d’arte che possa dirsi tale è sempre un’opera aperta, cui nessuna chiave di lettura resterà univoca. Ma a questo riguardo, basterà aggiungere che già i titoli dei rispettivi capitoli adombrano la poesia, tra i quali, con una citazione da Mario Luzi, «Vola alta, parola, cresci in profondità».
Ed è subito un fatto di crescita il timor dei che fa la Vergine «da timorosa a timorata»: l’amore fiducioso vince ogni paura liberando il credente dalla soggezione del sacro nella tensione alla santità. Così “l’inaudito riecheggia” e, invisibile al mondo, il credente lo riconosce: il Verbo si è fatto carne, un bimbo è nato a Bethlem, il Crocifisso è risorto! 

di Annamaria Tamburini

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24 gennaio 2020

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