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Prima di Scorsese

· «I 26 martiri del Giappone» di Tomiyasu Ikeda ·

È stato recentemente ritrovato, nell’archivio della Congregazione salesiana, il film muto del 1931 I 26 martiri del Giappone, diretto da Tomiyasu Ikeda, un nome piuttosto importante in patria nell’ambito del genere jidai-geki, ovvero il dramma storico, ma poco conosciuto in occidente. Il film era stato distribuito in Italia nel 1935 dalle Missioni di Don Bosco. Ora è stato digitalizzato grazie al sostegno del Centro sperimentale di cinematografia, e lo scorso 6 febbraio è stato proiettato nella sala Deskur del palazzo San Carlo in Vaticano.

«Martiri cristiani di Nagasaki» anonimo (XVI-XVII secolo)

Vi si racconta la fase finale della prima evangelizzazione del Giappone, alla fine del sedicesimo secolo, quando il governo imperiale decise di abolire le conversioni cominciate con l’opera di San Francesco Saverio, e di perseguitare e torturare tutti i cristiani non disposti ad abiurare.
Lo sfondo storico messo in scena è dunque lo stesso raccontato nel romanzo Chinmoku, di Shūsaku Endō, da cui è stato appena tratto l’ultimo film di Martin Scorsese Silence. Rispetto a quello diretto dal regista americano, il racconto di Ikeda è più sintetico, ma anche più corale, e dunque non perde il confronto in quanto a respiro. Protagonisti sono tutti i ventisei cristiani crocifissi, anche se poi la cinepresa si concentra maggiormente sui più piccoli perseguitati, con scene rese struggenti anche dalla straordinaria interpretazione dei giovanissimi interpreti. La direzione degli attori, infatti, è forse la qualità maggiore mostrata dal regista giapponese, ma non l’unica. Il suo stile è apprezzabile in più frangenti, come nella carrellata d’apertura sulla fioritura dei ciliegi, momento idilliaco che prelude allo scoppio della violenza. O come nella sequenza del terremoto, realistica ma anche simbolica di un paese in tumulto. Benché si tratti di un film muto, poi, la regia ha evidentemente assimilato con tempismo l’uso del montaggio che si faceva nei film sonori già in circolazione da qualche anno, con raccordi fra le inquadrature precisi e geometrici, in modo da dare allo spettatore una credibile ricostruzione dello spazio. Una caratteristica che contribuisce a inserire il racconto in un vivido contesto storico.
Pochi sanno, peraltro, che il film di Scorsese è per certi versi un remake, dato che già un’altra pellicola era stata tratta dal romanzo di Endō. Anche nel Chinmoku diretto da Masahiro Shinoda si racconta dunque di due missionari gesuiti che, durante le persecuzioni, vanno alla ricerca del loro maestro, e vengono a conoscenza che questi ha abiurato da tempo, si è sposato, ed è diventato a tutti gli effetti un membro della comunità giapponese. Uno dei due missionari rimarrà vittima delle violenze, l’altro incontrerà l’ex maestro e — pur di salvare la vita di altri cristiani — seguirà suo malgrado la stessa strada.

Il film di Shinoda ha uno stile abbastanza televisivo, ma anche in questo caso le qualità non mancano. L’ambientazione, claustrofobica e spesso molto buia, non concede giustamente nulla allo spettacolo. La vicenda si svolge con un’asciuttezza e un rigore che difficilmente un regista occidentale potrebbe riprodurre. Le scene di violenza hanno un’astrattezza da teatro Nō, e in generale serpeggia nel film un senso di delirio, tipico di tante tragedie giapponesi del grande schermo, sicuramente affascinante.

di Emilio Ranzato

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19 agosto 2018

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