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Prima che scoppi la tempesta

· ​Intervista a monsignor Fragkiskos Papamanolis alla vigilia del viaggio papale a Lesbo ·

È una situazione drammatica quella delle migliaia di profughi nei campi dell’isola greca di Lesbo dove il Papa si reca sabato. A descriverla in un’intervista esclusiva all’Osservatore Romano è il presidente dell’episcopato ellenico, il vescovo Fragkiskos Papamanolis.

Lei ha seguito da vicino, in questi ultimi mesi, il dramma dei profughi che arrivano nelle isole greche, e in particolare a Lesbo. In generale, come è stata la reazione degli abitanti?

Proteste dei migranti nel campo di Moria sull’isola di Lesbo (Afp)

Il fenomeno migratorio dei profughi, nell’attuale modalità di arrivo di una massa disorganizzata, è cominciato circa un anno fa, e ha trovato i paesi europei impreparati. All’inizio i profughi sono stati classificati come “immigrati clandestini”. Poi, in Grecia, sono arrivati sempre più numerose e più di frequente. Si è così perduto il controllo, e invece di trattarli come clandestini mancanti di documenti si è cominciato a pensare come sistemarli alla meno peggio. Già nell’agosto del 2015 il Papa invitava le famiglie cattoliche a ospitare questi fratelli che erano senza casa, senza un tetto. Nelle isole greche di Kos, Samos, Chios, Lesvos, vicine alle coste della Turchia, in settembre il numero dei profughi oltrepassava quello degli abitanti. In un intervento alla plenaria del Consiglio delle conferenze episcopali europee, tenuta in Terra santa, ho informato i presidenti degli episcopati di queste situazioni create dal continuo flusso di profughi: per aiutarli infatti non bastava più il sentimento caritativo cristiano degli abitanti. Si sentiva già la necessità che il nostro governo facesse qualcosa per questi fratelli e queste sorelle. Ma anche il governo si è trovato impreparato perché era la prima volta che aveva luogo un fenomeno migratorio di massa di profughi. Comunque il governo ha cominciato a fare quel che poteva, ma era sempre poco di fronte ai bisogni di questa popolazione.

Cos’è cambiato nell’ultimo mese?

Abbiamo visto gli abitanti accogliere con sentimenti caritatevoli questi profughi. Tutti i nostri canali televisivi hanno dedicato e dedicano lunghi servizi a alle situazioni, direi disumane, in cui vivono queste povere persone che veramente suscitano compassione. Ognuno era disposto a fare quel che poteva per aiutarli. Vedere questi poveretti vivere nel freddo, sotto la pioggia, e non avere niente con cui ripararsi faceva male il cuore. Era terribile vedere una mamma che faceva il bagno al suo bambino con l’acqua della pioggia, un’altra ha partorito nel fango. Molti portavano ai profughi cibo, succhi di frutta, bottiglie d’acqua, pane e tutto quello che potevano raccogliere. Alcuni riempivano la loro macchina e andavano a portare soccorsi a quelli che erano più lontani. Dalla mia antica diocesi, l’isola di Syros, nelle Cicladi, ieri è partito per Idomeni, ai confini con la ex Repubblica Jugoslava di Macedonia, un camion lungo 16 metri pieno di viveri raccolti dagli abitanti per i profughi. Questi suscitavano anche la nostra ammirazione perché in genere si comportavano con rispetto verso gli abitanti. Ammiravamo la loro pazienza e la loro forza di resistenza nel sopportare situazioni disumane. Il nostro governo ha fatto molto, ha creato sia nel continente che nelle isole vari centri di accoglienza. Vari organismi, primo tra tutti la nostra Caritas Hellas, hanno fornito molto materiale: tende, servizi igienici, vestiti, scarpe. Sono stati affittati tre alberghi da duecento letti, due ad Atene e uno a Lesvos. Tutto questo con l’aiuto economico delle Caritas nazionali europee e degli Stati Uniti. Senza il loro sostegno non avremmo avuto nessuna possibilità di farlo. Così, attraverso Caritas Hellas, la Chiesa cattolica ha dato e dà una splendida testimonianza. Il cambiamento nelle relazioni tra profughi e popolazioni locali si è verificato dopo l’accordo dell’Unione europea con la Turchia del 18 marzo scorso, perché la situazione giuridica è cambiata: i profughi cioè non sono considerati più “immigrati clandestini” ma “detenuti” e non accettano di essere espulsi dalla Grecia, non vogliono andare in Turchia. Non obbediscono alle forze dell’ordine e fanno resistenza. Non vogliono stare nei centri di accoglienza. Il porto del Pireo è quasi occupato dai profughi. E nelle isole protestano nella maniera che possono. D’altra parte, nelle isole, con la Pasqua cattolica è cominciata la stagione turistica, che per gli abitanti delle isole è l’unica fonte per guadagnarsi il pane quotidiano anche per il prossimo inverno. I turisti in questa situazione annullano le prenotazioni. Il danno economico è immenso per l’economia nazionale, ma anche per gli agenti turistici e gli armatori. E tutto questo mentre la crisi economica svuota i portafogli. Anche la Chiesa cattolica è vittima della crisi. Siamo obbligati a chiudere opere sociali, addirittura a non proseguire alcune attività pastorali.

Com’è cambiato l’atteggiamento delle popolazioni costiere in questa situazione ormai drammatica?

La situazione ormai non è pacifica. E non so come si svilupperà. Tutti hanno ragione. I profughi hanno ragione perché non resistono nelle situazioni disumane nei centri di accoglienza. Gli abitanti hanno ragione perché temono vedendo reazioni violente dei profughi, saccheggi di negozi, specialmente di generi alimentari. Il male è che gli abitanti hanno cominciato a comprare armi. In televisione un venditore di articoli per la caccia diceva che in un mese ha venduto più fucili che in un anno. Anche il governo ha ragione, perché non ha la possibilità economica di fare quello che sarebbe necessario, perché le casse dello Stato sono vuote, e cerca in ogni modo di assicurare almeno il funzionamento dello Stato, mentre cresce l’esasperazione della gente.

Qual è il ruolo dei cattolici?

La Chiesa cattolica in Grecia è minoritaria. Dopo la caduta del comunismo, l’entrata nell’Unione Europea e l’apertura dei confini a molti immigrati, i cattolici sono saliti al 2,5 per cento, mentre i cattolici greci siamo circa lo 0,5 per cento: in questa situazione che ruolo possiamo avere?

Come vede il futuro per queste zone di confine, e in particolare per la Grecia, già duramente provata dalla crisi economica?

Noi cattolici in Grecia siamo abituati a vivere nella precarietà e facilmente vengono travolte le nostre decisioni e i nostri programmi. Non so cosa accadrà ma sabato sarò a Lesvos per la visita del Papa.

di Lucetta Scaraffia

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20 settembre 2018

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