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​Preti tra cielo e terra

· ​Giubileo della misericordia e cura del creato in un’intervista al cardinale Stella ·

Il prete non può fare a meno del confessionale, il «luogo santo» in cui la misericordia di Dio si incontra con la fragilità umana. A maggior ragione nell’anno giubilare, il sacerdote è chiamato a riscoprire questo aspetto del suo ministero e a viverlo con piena disponibilità. Lo sottolinea in questa intervista al nostro giornale il cardinale Beniamino Stella, prefetto della Congregazione per il clero.

«Un prete che non è misericordioso fa tanto male nel confessionale» ha ammonito di recente il Papa. Crede che i sacerdoti siano sufficientemente formati a questo ministero?

Gabriele Marsili «Cielo e terra»

Basterebbe ricordare quanto lo stesso Francesco ha scritto nell’Evangelii gaudium: i credenti non smettono mai di essere discepoli in cammino e, perciò, «il sacerdote, come la Chiesa, deve crescere nella coscienza del suo permanente bisogno di essere evangelizzato». Nell’anno santo straordinario, questo significa tornare a imparare dal cuore di Cristo, volto della misericordia del Padre. Noi non siamo mai pronti a questo, perché nel pastore ritorna sempre la tentazione di dover “sistemare” le cose, di dover legiferare e stabilire norme. A volte l’ansia del controllo o della gestione delle cose conduce il prete a diventare un “uomo delle regole”, comodamente rassicurato dai propri schemi, invece che gioiosamente disponibile allo Spirito. Così, anche senza volerlo, egli può diventare incline a giudicare, fare fatica a essere animatore delle diverse sensibilità, non riuscire ad ammettere la diversità di opinioni e, alla fine, agire secondo criteri di giustizia umana, diventando così un rigido “controllore della grazia divina”, invece che uno strumento dell’amore di Dio. Ma la misericordia di Dio eccede i criteri del cuore umano e questa deve essere la scuola permanente del ministero sacerdotale.

Come può un prete esprimere concretamente la misericordia di Dio?

Il sacerdote, per il dono ricevuto e non certo per i suoi meriti, è un ministro della misericordia divina. Egli la manifesta al mondo anzitutto vivendo, nella propria carne, la bellezza e insieme il “dramma” di questo paradosso: è un peccatore chiamato a dispensare la misericordia di Dio agli altri. Dunque, per prima cosa, il prete deve vivere nella propria esperienza personale la grazia del perdono, altrimenti difficilmente riuscirà a comunicare il desiderio di Dio di rialzare la nostra vita dal fango del peccato.

Oggi i sacerdoti dedicano tempo adeguato al ministero del confessionale?

Direi che è necessario, per i preti, innamorarsi nuovamente del ministero della riconciliazione, dedicando tempo, spazi e cuore ai penitenti che desiderano ritornare a Dio. Non sarà mai sprecato il tempo che un sacerdote passa nel confessionale, mettendosi a disposizione per l’ascolto, se possibile anche con orari e modalità precise.

Come si manifestano nella vita di una comunità?

Un prete che confessa, anche senza saperlo, rigenera l’ambiente in cui le persone vivono perché, attraverso la grazia sacramentale, le restituisce a un coraggio nuovo, a una disponibilità più generosa verso il bene, a un rinnovato desiderio di carità verso i fratelli. Forse spesso si sottovaluta la valenza sociale e pubblica di questo sacramento e gli effetti reali e concreti che può avere per l’ecologia umana della comunità. 

di Nicola Gori

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21 agosto 2019

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