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Preti con lo stile del contadino

· L’arcivescovo vicario di Roma nell’incontro penitenziale con il clero diocesano ·

La quaresima è il tempo giusto perché il presbiterio della diocesi di Roma «s’interroghi con onestà sul modo di fare parrocchia: il modello che stiamo portando avanti da decenni è ancora sano?». È la proposta suggerita dall’arcivescovo vicario Angelo De Donatis, nell’incontro penitenziale con il clero diocesano, svoltosi giovedì mattina 15 febbraio, nella basilica Lateranense, e concluso dal Papa.

«La questione è molto seria» tanto che, ha confidato il presule, «un sacerdote mi raccontava di ritrovarsi costretto a fare l'amministratore di condominio quando invece voleva lavorare di più per le cose da prete».

«Elemosina, preghiera e digiuno: ecco la via quaresimale» indicata da monsignor De Donatis. «Ma tutto va fatto nella pace e nel nascondimento, senza ansie e ostentazioni» ha chiarito. E «se necessario cerchiamo anche l’occasione per riconciliarci con qualche fratello».

«La quaresima — ha affermato il vicario di Roma — non è tanto il tempo delle sfide, ma dell’amore; non è solo una palestra dove si cerca di perdere il peso, quanto piuttosto una farmacia dove il Medico Divino, esperto della nostra debolezza, vuole sanare le nostre ferite per riconsegnarci allo splendore originario del battesimo». Dunque «ci vuole umiltà più che sforzo, più Spirito santo che propositi». Perché «il medico può guarire solo chi non finge di essere sano».

Dio, ha ricordato l’arcivescovo, «ama ciò che non brilla agli occhi del mondo: gli orfani hanno bisogno continuamente di attirare gli sguardi ma i figli no». Tanto che «il discepolo di Gesù digiuna sotto lo sguardo del Padre, non in piazza». Del resto, ha aggiunto, «chi prende gloria dagli uomini rimane cieco e perde la consapevolezza del suo stato interiore: non possiamo vivere una giustizia ostentata, per attingere la verità dobbiamo smettere di mendicare riconoscimenti». E così «può capitare un paradosso: chiediamo riscontri positivi, accarezziamo ogni desiderio altrui, ma non accettiamo la correzione, tutto va a finire nel calderone delle cosiddette “critiche ingiuste”». Ma «quanti ministri della Chiesa oggi sanno vivere una santità a riflettori spenti?».

«Prerequisito per una quaresima efficace — ha affermato monsignor De Donatis — è scegliere tra l’ammirazione degli uomini e lo sguardo paterno di Dio: se scegliamo quest’ultimo diventeremo sensibili all’azione dello Spirito che accade nel segreto del cuore». Ecco che «i tre pilastri della quaresima — elemosina, preghiera, digiuno — sono tre medicine che vanno prese contemporaneamente perché solo insieme danno effetti benefici: l’elemosina è la terapia che guarisce il rapporto con gli altri; la preghiera il rapporto con Dio; il digiuno la relazione con le cose create».

In particolare «l’elemosina nasce dalla misericordia — ha insistito il presule — e dall’interesse autentico, non funzionale per la vita dell’altro». E ha esortato a riscoprire «l’elemosina dell’ascolto». Spesso «rischiamo di essere solamente a caccia delle abilità delle persone per impegnarle nelle attività: quando il prete fa il datore di lavoro, anche se “sacro”, c’è sempre qualcun altro che furbescamente si prende l’anima». Il bene poi, ha precisato l’arcivescovo, non va fatto «per andare sul giornale, per raggranellare qualche complimento: noi preti possiamo amare di far bene il bene e per far bene il bene bisogna farlo di nascosto». Carità e nascondimento, dunque, e «la notorietà lasciamola al mondo: l’elemosina più bella per il prete è sedersi ad ascoltare le persone: un colloquio apre il cuore, può rigenerare l'anima».

La preghiera, ha spiegato il presule, «rivela lo stato di salute della nostra figliolanza». Ma si deve trovare il tempo «per estraniarsi sui social media» e pregare con lo stile del «contadino che suda e raccoglie, non si fa illusioni, incolla le orecchie alle previsioni del tempo». Il segreto sta nel riappropriarsi «di una vita spirituale vera» ha ricordato, mettendo in guardia «dalla retorica dello “spendersi” senza sosta, che è altra cosa rispetto al donarsi: quando c’è disordine mi spendo dando un amore stanco, da ufficio; ma se ho la pace mi dono». Si deve «riprendere contatto con Cristo che vive in me; chiudere la porta, congedare le preoccupazioni inutili anche se urgenti».

Vivere il digiuno in modo «funzionale all’ascolto della parola» è, infine, il terzo punto. «È importante che noi preti — ha detto — ci rimettiamo sulla Scrittura credendo alla fame che abbiamo dentro; c’è il rischio di accostarsi a essa pensando solo alla fame degli altri». Impegniamoci invece «a perdere tempo sulla parola di Dio: essa è la parte migliore che non ci verrà mai tolta». Sì, ha affermato, «è bellissimo e santo digiunare con il fine di dare il ricavato ai poveri, ma ricordiamoci che nella Scrittura ci si astiene dal cibo primariamente per avere tempo per la parola e allora riprendiamo l'invito al digiuno che sia vero e non mentalizzato». Di sicuro, ha continuato, è necessario «fare il digiuno dalla tv, da internet, dalle chiacchiere ma questo dovrebbe valere tutti i giorni dell’anno e non serve la quaresima per ricordarselo». Invece «questo tempo ci chiede esattamente un digiuno tangibile, che coinvolga il corpo: se il digiuno non tocca la tavola rischia di diventare una pratica gnostica».

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